sabato 31 gennaio 2026

Angoscia e panico, due esperienze diverse della paura: capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

 

Angoscia e panico: due esperienze diverse della paura

Capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

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Perché è importante distinguere

Nel linguaggio quotidiano angoscia e panico vengono spesso confusi.
Eppure, per chi li vive e per chi li cura, non sono la stessa cosa. Distinguerli non è un esercizio teorico:

  • per il paziente, significa smettere di sentirsi “impazzito”

  • per il clinico, significa orientare correttamente la comprensione e il trattamento

Angoscia e panico sono due modalità profondamente diverse con cui la psiche segnala il pericolo.


Che cos’è l’angoscia

L’angoscia è uno stato emotivo di tensione e allarme, spesso difficile da definire a parole. Non ha sempre un oggetto chiaro (“non so di cosa ho paura”), ma ha una funzione precisa.

Dal punto di vista psicologico

L’angoscia è un segnale. Avverte che qualcosa, dentro o fuori di noi, sta diventando minaccioso per l’equilibrio psichico. Freud la definiva una sorta di campanello d’allarme dell’Io: un avviso che permette di prepararsi, difendersi, evitare, pensare.

Come si manifesta

  • inquietudine costante

  • tensione interna

  • apprensione

  • ipervigilanza

  • difficoltà a rilassarsi

L’angoscia fa soffrire, ma lascia ancora spazio al pensiero, alla parola, alla relazione. È un’emozione penosa, ma ancora mentalizzabile.


Che cos’è il panico

Il panico è un’esperienza completamente diversa. Non è un aumento dell’angoscia: è un salto di livello.

Dal punto di vista psicologico

Il panico si presenta come un evento improvviso, travolgente, che dà la sensazione di perdere il controllo del corpo e della mente. È come se il sistema di allarme scattasse troppo tardi o troppo forte, senza più possibilità di regolazione.

Come si manifesta

  • tachicardia intensa

  • fame d’aria

  • vertigini

  • sudorazione

  • derealizzazione o depersonalizzazione

  • paura di morire, svenire o impazzire

Nel panico: il corpo prende il comando, il pensiero si blocca, il tempo sembra fermarsi. Non è un segnale: è un’inondazione.


La differenza fondamentale

Una formula semplice ma clinicamente molto utile è la seguente: l’angoscia avverte, il panico travolge

AngosciaPanico
È un segnale                È una crisi
È anticipatoria                È improvvisa
Lascia spazio al pensiero                Blocca il pensiero
È modulabile                È disorganizzante
Coinvolge mente e corpo                Il corpo prende il sopravvento


Cosa accade sul piano profondo

Dal punto di vista psicodinamico, la differenza è cruciale:

  • nell’angoscia, l’Io è ancora attivo

  • nel panico, l’Io è temporaneamente sopraffatto

Il panico può essere inteso come: un’esperienza emotiva non simbolizzata, che irrompe direttamente nel corpo

Spesso, nella storia clinica:

  • l’angoscia cronica precede il panico

  • dopo il panico nasce una nuova angoscia: la paura della paura

Si crea così un circolo che può diventare invalidante.


Per chi ne soffre: un messaggio importante

Il panico non è pericoloso, anche se lo sembra. Non porta alla morte, alla follia, né alla perdita definitiva di controllo. È un’esperienza terribile ma transitoria, e soprattutto curabile. Capire cosa accade è già un primo passo per ridurne il potere.


Implicazioni cliniche

  • L’angoscia può essere lavorata attraverso la parola, l’interpretazione, la simbolizzazione

  • Il panico richiede inizialmente contenimento, regolazione, sicurezza

  • Interpretare troppo presto un panico può essere iatrogeno

  • Il lavoro analitico spesso consiste nel trasformare il panico in angoscia pensabile

In altre parole: aiutare il paziente a passare dal corpo alla mente, dal collasso al segnale


Dalla crisi alla possibilità di cura

Angoscia e panico parlano entrambi di paura, ma in lingue diverse.

  • l’angoscia è una lingua antica, dolorosa ma comunicativa

  • il panico è un urlo, quando le parole non bastano più

La cura non consiste nel far tacere la paura, ma nel ridarle una forma, un senso, una voce.

Angoscia e panico non sono semplicemente “disturbi da eliminare”, né meri malfunzionamenti del sistema nervoso. Sono modalità attraverso cui la psiche segnala un sovraccarico, un eccesso, un punto di rottura tra ciò che viene vissuto e ciò che può essere pensato. Se l’angoscia rappresenta un tentativo di regolazione, per quanto doloroso, il panico indica invece che questo tentativo è fallito: qualcosa è arrivato troppo presto, troppo forte, troppo solo. In questo senso, il panico non è un nemico, ma il segno estremo di una richiesta di aiuto che non ha trovato altre vie. Le prospettive di cura dipendono proprio dal riconoscimento di questa differenza.

Nella fase acuta, il lavoro terapeutico, indipendentemente dall’orientamento,  non può che essere contenitivo e regolativo: aiutare la persona a ritrovare un minimo di sicurezza corporea, di prevedibilità, di fiducia nel fatto che l’esperienza, per quanto spaventosa, è transitoria. Qui la relazione terapeutica svolge una funzione essenziale di ancoraggio: prima ancora di interpretare, occorre esserci.

In un secondo momento, quando il panico non è più un evento puro ma lascia tracce, ricordi, paure anticipatorie, diventa possibile un lavoro più propriamente psicologico: trasformare l’esperienza muta del corpo in angoscia pensabile, e l’angoscia pensabile in narrazione, significato, storia.

Dal punto di vista psicodinamico, curare non significa “togliere l’angoscia”, ma restituirle una funzione di segnale, sottraendola alla deriva traumatica del panico. Significa aiutare il soggetto a costruire legami tra affetto, rappresentazione e parola; a tollerare gradualmente ciò che prima doveva essere evacuato nel corpo.

Per i pazienti, questo percorso può tradursi in una scoperta fondamentale: non solo “posso sopravvivere al panico”, ma posso capire qualcosa di me attraverso ciò che mi è accaduto.

Per i clinici, implica una postura etica e tecnica precisa: rispettare i tempi della psiche, non forzare il senso, non confondere il bisogno di spiegazione con la possibilità di comprenderla davvero. In molti casi, la cura consiste nel trasformare una crisi senza pensiero in un’esperienza che può essere ricordata, detta e integrata.

In questa prospettiva, angoscia e panico non sono solo sintomi da ridurre, ma passaggi critici: luoghi in cui la sofferenza, se accompagnata, può diventare occasione di riorganizzazione psichica. 

La guarigione non coincide con l’assenza totale di paura, ma con la capacità di non esserne più travolti, di riconoscerla come segnale, di darle parola prima che debba urlare attraverso il corpo.


PER INFORMAZIONI:


Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

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