lunedì 2 febbraio 2026

La lezione di Freud: non siamo padroni in casa nostra

 LA LEZIONE DI FREUD: NON SIAMO PADRONI "IN CASA NOSTRA"

Se c’è una sola, vera, irriducibile lezione che Sigmund Freud ha consegnato alla cultura occidentale, non è l’Edipo, non è la sessualità infantile, non è il lettino né l’interpretazione dei sogni. È qualcosa di molto più scomodo, radicale e ancora oggi destabilizzante: l’essere umano non coincide con ciò che pensa di essere.

Freud ha incrinato per sempre l’idea illuministica di un soggetto trasparente a se stesso, razionale, padrone delle proprie intenzioni. Dopo Copernico, che ci ha tolto dal centro dell’universo, e Darwin, che ci ha tolto dal trono della creazione, Freud ha compiuto la terza ferita narcisistica: ci ha tolto il controllo della nostra stessa mente.

L’inconscio: non un luogo oscuro, ma una logica altra

L’inconscio freudiano non è un “magazzino di traumi” né un contenitore di istinti primitivi. È, prima di tutto, una forma di funzionamento psichico.

Una logica diversa da quella della coscienza: non lineare, non cronologica, non morale, non razionale.

Sogni, lapsus, sintomi, dimenticanze, scelte apparentemente “inspiegabili” non sono errori del sistema: sono il sistema che parla. Freud ci ha insegnato che ciò che chiamiamo “disturbo” spesso è una soluzione psichica, un compromesso intelligente, anche se doloroso, tra desideri, divieti, legami e storia personale.

Il sintomo come messaggio, non come nemico

Qui sta uno dei lasciti più rivoluzionari: il sintomo non è qualcosa da eliminare in fretta, ma qualcosa da comprendere. Dietro un’ansia, una fobia, un’ossessione, una depressione, Freud vedeva:

  • un conflitto

  • una rinuncia

  • un desiderio non riconosciuto

  • una lealtà invisibile

  • una storia che cerca parola

Il sintomo è una verità che ha trovato una forma sbagliata per dirsi. Questa idea, oggi data per scontata in moltissimi approcci psicoterapeutici, nasce lì.


La psicoanalisi come etica dell’ascolto

Freud non ci ha lasciato solo una teoria, ma un metodo e un’etica. L’idea che: la parola abbia un potere trasformativo, il senso emerga nel tempo, la cura non consista nel “correggere” ma nel comprendere, il terapeuta non sia un tecnico che aggiusta, ma un testimone che ascolta L’attenzione fluttuante, l’astensione dal giudizio, la sospensione delle risposte rapide: tutto questo ha inciso profondamente non solo sulla clinica, ma sul modo stesso di stare in relazione con l’altro.

Il disagio non è un difetto individuale

Un altro punto di enorme attualità: Freud non ha mai letto la sofferenza psichica come un semplice problema individuale. Ne Il disagio della civiltà ci consegna un’intuizione ancora bruciante: la sofferenza nasce spesso dal conflitto tra ciò che siamo e ciò che la società ci chiede di essere. La cultura, le norme, i legami, le aspettative sociali entrano nella psiche, la strutturano, la feriscono, la contengono. Il Super-io non è solo interno: è storia, educazione, cultura interiorizzata.

Perché Freud ci disturba ancora

Freud continua a disturbare perché:

  • non promette felicità

  • non offre soluzioni rapide

  • non riduce l’essere umano a un algoritmo

  • non separa mente, corpo, storia e desiderio

Ci ricorda che conoscersi è un processo lungo, spesso faticoso, mai del tutto concluso. E che crescere non significa eliminare il conflitto, ma imparare a sostenerlo senza distruggersi.

La lezione finale

Se dovessimo condensare tutto in una sola frase, potrebbe essere questa:

L’essere umano è più profondo delle proprie spiegazioni, e la verità di sé non si impone: si ascolta.

Questa è la lezione fondamentale e unica di Freud. Ed è una lezione che, a distanza di oltre un secolo, continua a interrogarci, proprio perché non cerca di consolarci, ma di renderci un po’ più consapevoli.

La lezione di Freud nella pratica psicoterapeutica

Accogliere fino in fondo la lezione di Freud significa accettare che la psicoterapia non è un percorso di normalizzazione, né un addestramento al benessere, né una tecnica di ottimizzazione dell’individuo. È, prima di tutto, un lavoro di incontro con ciò che in noi non è immediatamente disponibile alla coscienza.

In terapia, questo si traduce in una postura fondamentale: non si parte da ciò che il paziente dovrebbe essere, ma da ciò che è, compreso ciò che resiste, che si ripete, che sembra “andare contro” il suo stesso desiderio dichiarato.

Dal controllo alla comprensione

Molti pazienti arrivano in terapia con una richiesta implicita di controllo:
“Voglio smettere di sentirmi così”, “Voglio eliminare questo sintomo”, “Voglio tornare come prima”. La lezione freudiana invita invece a un passaggio decisivo: dal controllo alla comprensione. Quando il sintomo viene ascoltato, e non semplicemente combattuto, accade qualcosa di profondamente trasformativo: il paziente inizia a riconoscere che una parte di sé sta cercando una soluzione, non una punizione. Questo non significa idealizzare la sofferenza, ma restituirle dignità di senso.

Il tempo della psiche e il rispetto del processo

Freud ci ha insegnato che la psiche ha un tempo proprio, spesso incompatibile con l’urgenza della società contemporanea. In psicoterapia questo implica accettare che:

  • il cambiamento non è lineare

  • le ricadute non sono fallimenti

  • la ripetizione è una forma di linguaggio

Il lavoro terapeutico diventa allora un accompagnamento nel processo di simbolizzazione: trasformare ciò che agisce nel corpo o nel sintomo in qualcosa che può essere pensato, nominato, condiviso.

La relazione come spazio di verità

Un’altra implicazione cruciale riguarda la relazione terapeutica. Freud ha mostrato che il passato non resta nel passato: si riattiva nella relazione, soprattutto nel transfert. Questo rende la terapia uno spazio unico, in cui il paziente non racconta soltanto la propria storia, ma la rivive, questa volta in un contesto che può essere osservato, compreso, elaborato. La relazione non è quindi un semplice veicolo della tecnica: è il luogo stesso in cui il cambiamento prende forma.

Dalla colpa alla responsabilità

Un punto spesso frainteso riguarda la responsabilità. Dire che non siamo pienamente padroni di noi stessi non significa deresponsabilizzare il paziente. Al contrario. La psicoterapia, nella scia di Freud, accompagna un passaggio sottile ma decisivo:

  • dalla colpa (“c’è qualcosa di sbagliato in me”)

  • alla responsabilità soggettiva (“questa è la mia storia, e posso farci qualcosa”)

Responsabilità non come autocontrollo forzato, ma come presa di parola su ciò che ci abita.

La cura come ampliamento della libertà

Alla fine, la lezione freudiana in psicoterapia può essere riassunta così:
la cura non elimina l’inconscio, non cancella il conflitto, non promette armonia permanente. Ma può fare qualcosa di forse più prezioso: ampliare il margine di libertà del soggetto. Libertà di:

  • riconoscere i propri desideri

  • tollerare l’ambivalenza

  • sottrarsi alle ripetizioni cieche

  • scegliere, almeno in parte, come stare nella propria storia

Una conclusione aperta

Freud non ci ha insegnato come essere felici. Ci ha insegnato come ascoltarci senza mentire a noi stessi. In psicoterapia, questa lezione diventa un invito radicale: smettere di chiedere alla mente di essere semplice, coerente, performante, e iniziare a riconoscerne la complessità, le contraddizioni, la profondità. È in questo spazio fragile, imperfetto, ma autentico, che può nascere una trasformazione reale.

Non una guarigione intesa come ritorno a un ideale, ma una forma più abitabile di sé.  


PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

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sabato 31 gennaio 2026

Angoscia e panico, due esperienze diverse della paura: capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

 

Angoscia e panico: due esperienze diverse della paura

Capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

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Perché è importante distinguere

Nel linguaggio quotidiano angoscia e panico vengono spesso confusi.
Eppure, per chi li vive e per chi li cura, non sono la stessa cosa. Distinguerli non è un esercizio teorico:

  • per il paziente, significa smettere di sentirsi “impazzito”

  • per il clinico, significa orientare correttamente la comprensione e il trattamento

Angoscia e panico sono due modalità profondamente diverse con cui la psiche segnala il pericolo.


Che cos’è l’angoscia

L’angoscia è uno stato emotivo di tensione e allarme, spesso difficile da definire a parole. Non ha sempre un oggetto chiaro (“non so di cosa ho paura”), ma ha una funzione precisa.

Dal punto di vista psicologico

L’angoscia è un segnale. Avverte che qualcosa, dentro o fuori di noi, sta diventando minaccioso per l’equilibrio psichico. Freud la definiva una sorta di campanello d’allarme dell’Io: un avviso che permette di prepararsi, difendersi, evitare, pensare.

Come si manifesta

  • inquietudine costante

  • tensione interna

  • apprensione

  • ipervigilanza

  • difficoltà a rilassarsi

L’angoscia fa soffrire, ma lascia ancora spazio al pensiero, alla parola, alla relazione. È un’emozione penosa, ma ancora mentalizzabile.


Che cos’è il panico

Il panico è un’esperienza completamente diversa. Non è un aumento dell’angoscia: è un salto di livello.

Dal punto di vista psicologico

Il panico si presenta come un evento improvviso, travolgente, che dà la sensazione di perdere il controllo del corpo e della mente. È come se il sistema di allarme scattasse troppo tardi o troppo forte, senza più possibilità di regolazione.

Come si manifesta

  • tachicardia intensa

  • fame d’aria

  • vertigini

  • sudorazione

  • derealizzazione o depersonalizzazione

  • paura di morire, svenire o impazzire

Nel panico: il corpo prende il comando, il pensiero si blocca, il tempo sembra fermarsi. Non è un segnale: è un’inondazione.


La differenza fondamentale

Una formula semplice ma clinicamente molto utile è la seguente: l’angoscia avverte, il panico travolge

AngosciaPanico
È un segnale                È una crisi
È anticipatoria                È improvvisa
Lascia spazio al pensiero                Blocca il pensiero
È modulabile                È disorganizzante
Coinvolge mente e corpo                Il corpo prende il sopravvento


Cosa accade sul piano profondo

Dal punto di vista psicodinamico, la differenza è cruciale:

  • nell’angoscia, l’Io è ancora attivo

  • nel panico, l’Io è temporaneamente sopraffatto

Il panico può essere inteso come: un’esperienza emotiva non simbolizzata, che irrompe direttamente nel corpo

Spesso, nella storia clinica:

  • l’angoscia cronica precede il panico

  • dopo il panico nasce una nuova angoscia: la paura della paura

Si crea così un circolo che può diventare invalidante.


Per chi ne soffre: un messaggio importante

Il panico non è pericoloso, anche se lo sembra. Non porta alla morte, alla follia, né alla perdita definitiva di controllo. È un’esperienza terribile ma transitoria, e soprattutto curabile. Capire cosa accade è già un primo passo per ridurne il potere.


Implicazioni cliniche

  • L’angoscia può essere lavorata attraverso la parola, l’interpretazione, la simbolizzazione

  • Il panico richiede inizialmente contenimento, regolazione, sicurezza

  • Interpretare troppo presto un panico può essere iatrogeno

  • Il lavoro analitico spesso consiste nel trasformare il panico in angoscia pensabile

In altre parole: aiutare il paziente a passare dal corpo alla mente, dal collasso al segnale


Dalla crisi alla possibilità di cura

Angoscia e panico parlano entrambi di paura, ma in lingue diverse.

  • l’angoscia è una lingua antica, dolorosa ma comunicativa

  • il panico è un urlo, quando le parole non bastano più

La cura non consiste nel far tacere la paura, ma nel ridarle una forma, un senso, una voce.

Angoscia e panico non sono semplicemente “disturbi da eliminare”, né meri malfunzionamenti del sistema nervoso. Sono modalità attraverso cui la psiche segnala un sovraccarico, un eccesso, un punto di rottura tra ciò che viene vissuto e ciò che può essere pensato. Se l’angoscia rappresenta un tentativo di regolazione, per quanto doloroso, il panico indica invece che questo tentativo è fallito: qualcosa è arrivato troppo presto, troppo forte, troppo solo. In questo senso, il panico non è un nemico, ma il segno estremo di una richiesta di aiuto che non ha trovato altre vie. Le prospettive di cura dipendono proprio dal riconoscimento di questa differenza.

Nella fase acuta, il lavoro terapeutico, indipendentemente dall’orientamento,  non può che essere contenitivo e regolativo: aiutare la persona a ritrovare un minimo di sicurezza corporea, di prevedibilità, di fiducia nel fatto che l’esperienza, per quanto spaventosa, è transitoria. Qui la relazione terapeutica svolge una funzione essenziale di ancoraggio: prima ancora di interpretare, occorre esserci.

In un secondo momento, quando il panico non è più un evento puro ma lascia tracce, ricordi, paure anticipatorie, diventa possibile un lavoro più propriamente psicologico: trasformare l’esperienza muta del corpo in angoscia pensabile, e l’angoscia pensabile in narrazione, significato, storia.

Dal punto di vista psicodinamico, curare non significa “togliere l’angoscia”, ma restituirle una funzione di segnale, sottraendola alla deriva traumatica del panico. Significa aiutare il soggetto a costruire legami tra affetto, rappresentazione e parola; a tollerare gradualmente ciò che prima doveva essere evacuato nel corpo.

Per i pazienti, questo percorso può tradursi in una scoperta fondamentale: non solo “posso sopravvivere al panico”, ma posso capire qualcosa di me attraverso ciò che mi è accaduto.

Per i clinici, implica una postura etica e tecnica precisa: rispettare i tempi della psiche, non forzare il senso, non confondere il bisogno di spiegazione con la possibilità di comprenderla davvero. In molti casi, la cura consiste nel trasformare una crisi senza pensiero in un’esperienza che può essere ricordata, detta e integrata.

In questa prospettiva, angoscia e panico non sono solo sintomi da ridurre, ma passaggi critici: luoghi in cui la sofferenza, se accompagnata, può diventare occasione di riorganizzazione psichica. 

La guarigione non coincide con l’assenza totale di paura, ma con la capacità di non esserne più travolti, di riconoscerla come segnale, di darle parola prima che debba urlare attraverso il corpo.


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venerdì 30 gennaio 2026

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi



Esiste un’idea semplice e al tempo stesso profondamente rivoluzionaria nella storia della psicoterapia: l’essere umano possiede una tendenza naturale alla crescita, al senso, alla coerenza interiore. Carl Rogers ha chiamato questa forza Sé autorealizzante.

In un panorama psicologico spesso centrato su ciò che non funziona — conflitti, traumi, distorsioni, sintomi — Rogers propone un cambio di sguardo: la sofferenza non nasce perché qualcosa è “rotto” alla radice, ma perché ciò che in noi tende a svilupparsi viene ostacolato, deviato o soffocato.

Esploriamo il significato del Sé autorealizzante, mettendone in luce le implicazioni esistenziali e psicoterapeutiche, e confrontandolo con i principali modelli psicodinamici e cognitivi.

Da dove nasce l’idea di Sé autorealizzante

Il concetto di Sé autorealizzante nasce all’interno della psicologia umanistica, in particolare con Carl Rogers, e affonda le sue radici nel pensiero di Kurt Goldstein. L’idea di fondo è che ogni organismo vivente non si limita a sopravvivere, ma tende spontaneamente a sviluppare le proprie potenzialità.

Nell’essere umano questa spinta assume una forma psicologica e relazionale: si esprime nel modo in cui costruiamo il senso di noi stessi, nelle scelte che facciamo, nella ricerca di una vita che sentiamo come autentica.

Il Sé, in questa prospettiva, non è qualcosa di fisso o dato una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, che si struttura attraverso l’esperienza e le relazioni significative.

Quando il Sé si blocca: incongruenza e sofferenza

Secondo Rogers, la sofferenza psicologica emerge quando si crea una distanza eccessiva tra:

  • ciò che sentiamo e siamo realmente (Sé reale)

  • ciò che pensiamo di dover essere per essere accettati (Sé ideale)

Questa distanza prende il nome di incongruenza e genera vissuti di ansia, vergogna, senso di vuoto o inautenticità.

Molte persone imparano presto che alcune emozioni, desideri o bisogni non sono accettabili. Per non perdere il legame con gli altri, iniziano a negare parti di sé. Il problema non è l’adattamento in sé, ma il prezzo che si paga quando l’adattamento diventa una rinuncia costante all’autenticità.


Il Sé autorealizzante in psicoterapia

Nella psicoterapia centrata sulla persona, il cambiamento non viene imposto né guidato dall’esterno. Il terapeuta non “corregge” il paziente, ma crea un clima relazionale sicuro, in cui la persona può esplorare se stessa senza paura di essere giudicata.

Rogers individua tre condizioni fondamentali:

  1. Autenticità (congruenza) del terapeuta

  2. Accettazione positiva incondizionata

  3. Comprensione empatica

Quando queste condizioni sono presenti, le difese si allentano e il Sé può riprendere il suo naturale movimento di crescita. Il cambiamento non è forzato: accade.


Sé autorealizzante e psicodinamica: differenze e dialoghi

I modelli psicodinamici tradizionali descrivono l’essere umano come attraversato da conflitti inconsci, difese e ripetizioni relazionali. In questa prospettiva il cambiamento avviene attraverso la presa di consapevolezza, l’elaborazione del conflitto e l’insight.

Le evoluzioni più moderne della psicodinamica, tuttavia, si avvicinano molto alla visione rogersiana: anche qui il Sé si costruisce nella relazione e il setting terapeutico diventa uno spazio trasformativo.

La differenza principale sta nell’assunto di base: Rogers parte da una fiducia radicale nella direzione evolutiva del Sé, mentre la psicodinamica mantiene uno sguardo più centrato sul conflitto e sulla sua elaborazione.


Sé autorealizzante e modelli cognitivi

I modelli cognitivi spiegano la sofferenza psicologica attraverso schemi disfunzionali e credenze apprese nel tempo. Il lavoro terapeutico è spesso orientato a riconoscere e modificare questi schemi.

Dal punto di vista del Sé autorealizzante, il cambiamento cognitivo è importante, ma viene visto come una conseguenza di un processo più profondo: quando una persona si sente accolta e compresa, cambia anche il modo in cui pensa a se stessa e al mondo.

In questo senso, l’approccio umanistico privilegia l’esperienza vissuta rispetto alla correzione diretta del pensiero.


Le implicazioni esistenziali: vivere una vita propria

Il Sé autorealizzante non riguarda solo la psicoterapia, ma il modo in cui viviamo le nostre vite. Ci invita a chiederci:

  • Quanto siamo fedeli a ciò che sentiamo?

  • Quanto le nostre scelte rispondono alle aspettative altrui?

  • In che misura stiamo vivendo una vita che riconosciamo come nostra?

In questo senso, la psicoterapia diventa uno spazio in cui non si impara solo a stare meglio, ma a tornare ad abitare se stessi.


Limiti e possibili integrazioni

Il concetto di Sé autorealizzante è stato talvolta criticato per un eccesso di fiducia nella natura umana. Tuttavia, molte integrazioni contemporanee mostrano come questa prospettiva possa dialogare efficacemente con la teoria dell’attaccamento, le terapie esperienziali e i modelli integrati.

Più che una visione ingenua, il Sé autorealizzante può essere letto come una posizione etica e clinica: credere che, date le giuste condizioni, il cambiamento sia possibile.


Il concetto di Sé autorealizzante offre una chiave di lettura potente e, per certi versi, controcorrente della sofferenza psicologica e del cambiamento umano. Ci ricorda che, sotto strati di adattamento, difese e aspettative interiorizzate, esiste una spinta vitale che tende naturalmente alla coerenza, al senso e all’autenticità.

In questa prospettiva, il disagio non è il segno di un fallimento personale, ma spesso l’espressione di un conflitto silenzioso tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a dover essere. La psicoterapia diventa allora meno un luogo di correzione e più uno spazio di riconnessione: un contesto in cui l’esperienza può essere finalmente accolta, ascoltata e integrata.

Il confronto con i modelli psicodinamici e cognitivi mostra come il Sé autorealizzante non si ponga necessariamente in alternativa, ma offra una diversa angolazione sul cambiamento. Dove alcuni modelli lavorano sul conflitto o sulla ristrutturazione del pensiero, l’approccio umanistico mette al centro la qualità dell’esperienza e della relazione, affidandosi alla capacità intrinseca della persona di orientarsi verso forme di vita più autentiche.

Dal punto di vista esistenziale, il Sé autorealizzante ci interroga profondamente: quanto spazio diamo nella nostra vita a ciò che sentiamo davvero? Quanto spesso confondiamo l’adattamento con la realizzazione? Recuperare il contatto con il proprio Sé non significa eliminare le difficoltà, ma attraversarle senza dover rinnegare se stessi.

In ultima analisi, la psicoterapia, quando funziona, non costruisce un’identità nuova né insegna semplicemente a funzionare meglio. Crea piuttosto le condizioni perché una persona possa smettere di difendersi da ciò che è, e permettersi di diventare, gradualmente, più pienamente se stessa. È in questo spazio di autenticità ritrovata che il cambiamento più profondo prende forma.


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giovedì 29 gennaio 2026

I Sistemi Motivazionali In Psicoterapia: dalla pulsione alla relazione

 


I Sistemi Motivazionali in psicoterapia: dalla pulsione alla relazione

Sistemi motivazionali in psicoterapia: Dott. Antonello Viola psicologo Cagliari

I sistemi motivazionali come bussola del funzionamento psichico e della pratica clinica

 

Ogni essere umano, nel corso della propria vita, si muove guidato da forze profonde che orientano desideri, emozioni, scelte e relazioni. Queste forze non agiscono in modo casuale né sono riducibili a semplici impulsi istintuali o a costruzioni cognitive astratte. La psicoterapia contemporanea, integrando contributi evoluzionistici, neuroscientifici e interpersonali, ha progressivamente messo a fuoco l’esistenza di sistemi motivazionali innati, organizzati per obiettivi, che regolano il comportamento umano in funzione della sopravvivenza e della vita sociale.

In questa prospettiva, il disagio psichico non viene più inteso solo come conflitto intrapsichico o distorsione cognitiva, ma come esito di rigidità, conflitti o disorganizzazioni nei sistemi motivazionali che governano la relazione con sé e con l’altro. Comprendere tali sistemi significa dotarsi di una vera e propria mappa clinica, capace di orientare la lettura del funzionamento del paziente e le scelte terapeutiche.

L’obiettivo di questo contributo è presentare in modo sistematico la teoria dei sistemi motivazionali, illustrarne l’impatto sul dinamismo psichico e mostrare come essa possa essere utilizzata efficacemente nella pratica clinica psicoterapeutica.

 

I sistemi motivazionali: definizione e cornice teorica

I sistemi motivazionali sono configurazioni innate e funzionali, frutto dell’evoluzione biologica, che organizzano il comportamento, l’esperienza emotiva e i processi cognitivi in funzione di specifici scopi adattivi. Essi non si attivano in modo simultaneo, ma alternativamente, in risposta a segnali interni ed esterni rilevanti.

A differenza del modello pulsionale classico, i sistemi motivazionali:

  • sono orientati a obiettivi relazionali;

  • integrano emozioni, azioni e aspettative;

  • si esprimono prevalentemente nel contesto interpersonale.

Questa concezione, sviluppata in particolare nell’ambito della psicopatologia evoluzionista e della psicoterapia cognitivo‑interpersonale (Liotti e collaboratori), rappresenta oggi uno dei riferimenti teorici più solidi per comprendere il funzionamento umano normale e patologico.


I principali sistemi motivazionali interpersonali

 

1. Sistema dell’attaccamento

È il sistema deputato alla ricerca di protezione e vicinanza in condizioni di pericolo, vulnerabilità o stress. La sua attivazione genera emozioni come paura, ansia di separazione e bisogno di conforto; la sua soddisfazione conduce a stati di sicurezza, fiducia e regolazione emotiva.

Un funzionamento disorganizzato o insicuro di questo sistema è alla base di molte forme di sofferenza psicologica.

2. Sistema dell’accudimento (caregiving)

Complementare all’attaccamento, orienta alla protezione e alla cura dell’altro vulnerabile. È associato a emozioni di compassione, tenerezza e responsabilità. In ambito clinico, può manifestarsi sia come risorsa empatica sia, se ipertrofico, come modalità di annullamento di sé.

3. Sistema sessuale e di coppia

Regola il desiderio, l’attrazione e la formazione dei legami diadici. Integra componenti biologiche, affettive e relazionali. Conflitti in questo sistema possono generare vissuti di vergogna, gelosia, paura del rifiuto o evitamento dell’intimità.

4. Sistema agonistico o di rango

È il sistema che organizza le dinamiche di competizione, status, dominanza e sottomissione. Le emozioni tipiche sono rabbia, invidia, vergogna e orgoglio. Una sua attivazione cronica è frequentemente osservabile nei disturbi di personalità e nei quadri caratterizzati da ipercontrollo o autosvalutazione.

5. Sistema cooperativo

Guida la collaborazione paritaria finalizzata a obiettivi condivisi. È associato a emozioni di fiducia, entusiasmo e appartenenza. La sua attivazione rappresenta uno degli indicatori più importanti di funzionamento adattivo e di alleanza terapeutica


Sistemi motivazionali e dinamismo psichico

 

Emozioni come segnali motivazionali

Le emozioni possono essere comprese come indicatori dello stato di attivazione o frustrazione di un sistema motivazionale. In questa ottica, esse non sono reazioni irrazionali da controllare, ma informazioni fondamentali sul bisogno in gioco.

Conflitti tra sistemi

Gran parte della sofferenza psicologica deriva da conflitti tra sistemi motivazionali attivati simultaneamente (ad esempio attaccamento e rango), che generano ambivalenze, blocchi decisionali e sintomatologia ansioso‑depressiva.

Psicopatologia come rigidità motivazionale

Quando un sistema motivazionale diventa dominante e rigido, impedendo l’accesso flessibile agli altri, il funzionamento psichico perde adattività. La psicopatologia può essere letta come una perdita di flessibilità motivazionale.


L’uso clinico della teoria dei sistemi motivazionali

 

Lettura del qui‑e‑ora terapeutico

Il terapeuta può osservare quale sistema è attivo nella relazione terapeutica, utilizzando le emozioni e i comportamenti del paziente come indicatori diagnostici dinamici.

Comprensione dei pattern relazionali

La teoria consente di decodificare schemi relazionali ripetitivi non come tratti di personalità statici, ma come modalità apprese di attivazione motivazionale.

Promozione della flessibilità

Uno degli obiettivi centrali della psicoterapia diventa aiutare il paziente a muoversi tra diversi sistemi motivazionali, ampliando il repertorio emotivo e comportamentale.

 

La relazione terapeutica come contesto correttivo

La relazione terapeutica, se orientata prevalentemente al sistema cooperativo e di accudimento sicuro, offre un’esperienza emotiva correttiva capace di riorganizzare i sistemi disfunzionali.


La teoria dei sistemi motivazionali rappresenta oggi una delle cornici più integrate e clinicamente feconde per comprendere il funzionamento psichico umano. Essa consente di collegare emozioni, relazioni e psicopatologia in un modello unitario, offrendo allo psicoterapeuta una guida preziosa per l’osservazione, la formulazione del caso e l’intervento.

In definitiva, lavorare sui sistemi motivazionali significa restituire al paziente la possibilità di orientarsi nel mondo relazionale con maggiore libertà, sicurezza e consapevolezza.

Una clinica orientata alla vita relazionale

L’adozione della prospettiva dei sistemi motivazionali segna un passaggio epistemologico rilevante nella psicoterapia contemporanea: dal tentativo di correggere sintomi o contenuti mentali isolati a un lavoro più profondo sul modo in cui l’individuo entra in relazione con il mondo umano. In questa ottica, il cambiamento terapeutico non coincide semplicemente con la riduzione della sofferenza, ma con l’ampliamento delle possibilità motivazionali attraverso cui la persona può leggere sé stessa, gli altri e le situazioni.

La clinica mostra come molti pazienti siano intrappolati in configurazioni motivazionali ripetitive, spesso apprese precocemente, che limitano l’accesso a esperienze affettive alternative. Il lavoro psicoterapeutico, allora, diventa uno spazio privilegiato in cui tali configurazioni possono essere riconosciute, esperite nel qui-e-ora e gradualmente riorganizzate. La relazione terapeutica, quando si struttura prevalentemente su basi cooperative e di accudimento sicuro, offre un contesto emotivo in grado di favorire questa trasformazione.

In tal senso, i sistemi motivazionali non costituiscono solo uno strumento descrittivo o diagnostico, ma una vera e propria bussola clinica: orientano l’ascolto del terapeuta, guidano le scelte di intervento e permettono di comprendere il significato profondo delle emozioni che emergono nel processo terapeutico. Essi aiutano a leggere la sofferenza non come un difetto da correggere, ma come il segnale di bisogni relazionali fondamentali che cercano espressione.

Integrare questa prospettiva nella pratica significa, in ultima analisi, restituire centralità alla dimensione relazionale della mente umana e riconoscere che la salute psicologica non è assenza di conflitto, ma capacità di muoversi con flessibilità tra diversi sistemi motivazionali, adattandosi in modo creativo e vitale alle sfide dell’esistenza.

 

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mercoledì 28 gennaio 2026

Il transfert: la ripetizione del passato nella relazione terapeutica

 

Il transfert: la ripetizione del passato nella relazione terapeutica

psicoanalisi psicoterapia cagliari dott. Antonello Viola


Il concetto di transfert occupa una posizione centrale nella teoria e nella pratica della psicoterapia psicodinamica. Fin dalle prime formulazioni freudiane, esso è stato riconosciuto come un fenomeno inevitabile della relazione terapeutica e, al tempo stesso, come uno degli strumenti clinici più potenti per la comprensione e il trattamento della sofferenza psichica. Attraverso il transfert, il paziente tende a riattualizzare nella relazione con il terapeuta modalità affettive, aspettative e conflitti originariamente strutturatisi nelle relazioni significative del passato, attribuendo all’altro significati che eccedono la situazione presente.

Nel corso del tempo, il concetto di transfert si è progressivamente arricchito e articolato, passando da una concezione inizialmente intesa come ostacolo alla cura a una visione che lo considera il fulcro stesso del processo terapeutico. Le diverse scuole psicodinamiche — dalla psicoanalisi classica ai modelli delle relazioni oggettuali, fino agli approcci relazionali e dell’attaccamento — hanno contribuito a una comprensione sempre più complessa del fenomeno, evidenziandone le dimensioni inconsce, relazionali e intersoggettive.

Ripercorriamo di seguito le principali definizioni del transfert, le sue manifestazioni cliniche e la sua funzione all’interno del setting terapeutico, con particolare attenzione al valore trasformativo che l’analisi del transfert assume nel processo di cambiamento psicologico.

Nella teoria psicodinamica, il transfert è il processo inconscio mediante il quale il paziente riattualizza, proietta e rivive nella relazione terapeutica modalità affettive, rappresentazioni, aspettative e conflitti originariamente strutturatisi nelle relazioni significative primarie (in particolare con le figure genitoriali), attribuendole al terapeuta come se questi ne fosse l’oggetto reale.

In altri termini, il paziente non si relaziona al terapeuta per ciò che egli è, ma per ciò che rappresenta psichicamente in continuità con il proprio mondo relazionale interno.

 

Elementi costitutivi del transfert

  1. Origine relazionale infantile
    Il transfert trae origine dalle prime relazioni oggettuali, nelle quali si sono formati:
    • modelli di attaccamento,
    • fantasie inconsce,
    • aspettative affettive,
    • modalità difensive di gestione del desiderio e dell’angoscia.
  2. Carattere inconscio
    Il soggetto non è consapevole del fatto che le reazioni emotive verso il terapeuta non derivino dalla relazione attuale, ma da schemi relazionali preesistenti. 
  3. Ripetizione e attualizzazione
    Il transfert non è semplice ricordo: è una ripetizione vissuta nel presente, emotivamente reale, che si manifesta attraverso:
    • sentimenti intensi (amore, ostilità, dipendenza, idealizzazione),
    • aspettative implicite,
    • agiti o resistenze.
  4. Attribuzione al terapeuta
    Il terapeuta diventa un oggetto di transfert, cioè il bersaglio su cui vengono proiettate rappresentazioni di sé e dell’altro già costituite, spesso in modo rigido e stereotipato. 
     

Tipologie fondamentali di transfert

  • Transfert positivo
    Sentimenti di fiducia, idealizzazione, dipendenza, amore o bisogno di approvazione.
  • Transfert negativo
    Ostilità, diffidenza, rabbia, svalutazione, paura di rifiuto o intrusione.
  • Transfert ambivalente
    Coesistenza di spinte opposte (desiderio e timore, attaccamento e aggressività).
  • Transfert erotizzato
    Sessualizzazione della relazione come difesa e come riproposizione di conflitti edipici o pre-edipici.

 Funzione clinica del transfert

Dal punto di vista psicodinamico il transfert è:

  • inevitabile,
  • necessario,
  • strumento privilegiato di conoscenza e cambiamento.

Attraverso l’analisi del transfert, il paziente può:

  • rendere consapevoli i propri schemi relazionali inconsci,
  • riconoscere la ripetizione dei conflitti,
  • differenziare il passato dal presente,
  • integrare affetti e rappresentazioni scisse.

Freud parlerà del transfert come della “nevrosi di transfert”, intendendo che la sofferenza psichica del paziente si organizza e si rende osservabile all’interno della relazione terapeutica stessa, permettendo il lavoro analitico.

 Sviluppi post-freudiani

  • Klein: il transfert è attivo fin dall’inizio e coinvolge oggetti parziali, fantasie primitive e posizioni schizo-paranoide e depressiva.
  • Winnicott: il transfert si manifesta come uso dell’oggetto e ripropone le condizioni di holding e fallimento ambientale.
  • Relazionale / intersoggettivo: il transfert è co-costruito nella relazione e non solo “proiettato” dal paziente.
  • Modelli dell’attaccamento: il transfert riflette i modelli operativi interni del paziente.

 

Il transfert è dunque la ripetizione inconsapevole, nella relazione terapeutica, di modelli affettivi e relazionali originari, che attribuisce al terapeuta significati, funzioni e ruoli derivanti dalla storia relazionale del paziente, rendendo tali dinamiche accessibili all’osservazione, all’interpretazione e al cambiamento.

Il transfert rappresenta uno dei luoghi privilegiati in cui la vita psichica del paziente si rende visibile, esperibile e trasformabile. Lungi dall’essere un semplice fenomeno collaterale della relazione terapeutica, esso costituisce il tessuto stesso entro cui i conflitti inconsci, le modalità relazionali interiorizzate e le aspettative affettive più profonde vengono riattualizzate nel qui-e-ora della seduta. È in questo spazio relazionale che il passato non viene soltanto ricordato, ma nuovamente vissuto, offrendo al lavoro psicoterapeutico una materia viva e dinamica.

La considerazione del transfert non è, tuttavia, appannaggio esclusivo dell’analista. Se inizialmente il paziente ne è inconsapevole, il processo terapeutico mira progressivamente a renderlo partecipe di un lavoro mentale sempre più raffinato, capace di interrogare le proprie reazioni emotive, di riconoscerne la natura ripetitiva e di coglierne il legame con la storia relazionale personale. Attraverso le interpretazioni, le restituzioni e la qualità della presenza del terapeuta, il paziente è stimolato a sviluppare una funzione riflessiva che consente di pensare ciò che prima veniva agito o subito.

In questa prospettiva, l’analisi del transfert diventa un’esperienza condivisa di esplorazione e simbolizzazione, nella quale la relazione terapeutica si configura come uno spazio sufficientemente sicuro per tollerare l’ambivalenza, integrare affetti contrastanti e differenziare il passato dal presente. Il cambiamento non risiede tanto nell’eliminazione delle dinamiche transferali, quanto nella possibilità di riconoscerle, comprenderle e trasformarle in nuove modalità di relazione con sé e con l’altro.

Considerare il transfert come fulcro del processo psicoterapeutico significa, in ultima analisi, riconoscere che la cura avviene nella relazione e attraverso la relazione: un luogo in cui il paziente, accompagnato dallo psicoterapeuta, può progressivamente passare dal ripetere inconsapevolmente al pensare consapevolmente, aprendo così la strada a una più autentica libertà psichica.

 

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