venerdì 6 febbraio 2026

Le personalità controllanti: come riconoscerle. A volte il vero cambiamento inizia quando si smette di stringere… e si impara finalmente a lasciare andare.

                                   


" Le persone che sentono il bisogno di controllare gli altri, 
non hanno il controllo di se stesse"




Il maniaco del controllo è una persona che sente il bisogno ossessivo di esercitare il controllo su se stessa e sugli altri e di assumere il comando in qualsiasi situazione. L’atteggiamento “controllante” maniacale caratterizza diverse strutture di personalità variamente patologiche, e determina generalmente comportamenti estremi che possono deteriorare le relazioni. Spesso gli uomini e le donne con un elevato bisogno di controllo rispondono alle caratteristiche della personalità ossessiva e narcisistica, sono frequentemente arrabbiati (palesemente irascibili oppure più celatamente passivo-aggressivi), fobici, o soffrono di disturbi dell’umore. Queste persone hanno bisogno del “controllo” perché senza di esso generalmente si sentono invase dalla paura che le cose finiranno per sovrastarle e sminuirle, e dunque vengano svalutate o non riconosciute, e conseguentemente la loro vita possa essere rovinata. A un livello più profondo del frequente Ego grandioso della personalità controllante maniacale, si dibatte un senso di inferiorità e un'autostima precaria che possono essere gestiti solo attraverso l’illusione di poter controllare e di poter prevalere su tutto. Possiamo imbatterci in una personalità controllante in ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo o amicale. Ma le personalità controllanti si rendono conto di essere tali? Solitamente poiché queste persone hanno bisogno di un alto livello di controllo, hanno anche bisogno di controllare la loro immagine, e dunque se eventualmente riconosceranno di avere un alto bisogno di controllo in certe situazioni, esse comunque rifiuteranno di essere etichettate come controllanti o qualsiasi associazione con problematiche inerenti alla loro personalità e il loro eccessivo bisogno di controllo. Spesso uomini e donne controllanti giustificano il loro bisogno di controllo con affermazioni come queste: “Devo essere così per fare tutto quello che posso”, oppure “C’è bisogno di persone come me perché è pieno di incompetenti”, o “Tutto andrebbe in rovina senza di me”. Ovviamente è necessario distinguere tra un sano atteggiamento di voler gestire qualcosa in modo funzionale e l'atteggiamento controllante patologico spesso veicolato da tendenze simbiotiche o manipolatorie e fattori intrapsichici di fragilità, come scarsa autostima e scarsa differenziazione del Sé. Purtroppo l’esondazione del bisogno di controllo non può essere funzionale, e generalmente determina disagio psicologico in chi lo sperimenta ma anche in coloro che lo subiscono: in primis la disfunzionalità del controllo rigido è legata al fatto che in realtà nella vita molte cose sono ben al di là della possibilità di controllo e sfuggono pertanto al nostro controllo. Pertanto, quando a causa dell’interiorizzazione di irrealistici standard di perfezionismo si ha bisogno di un controllo totale, che in realtà è impossibile da raggiungere, allora generalmente ci si sentirà invasi dall’ansia, causata proprio dai rigidi target che ci si era prefissati.

Ecco alcune delle caratteristiche principali delle personalità controllanti:

1.      Cercano strenuamente di vincere sempre una discussione o di avere l’ultima parola
E’ molto difficile relazionarsi con uomini e donne altamente controllanti, perché sono soliti stabilire regole rigide per poi applicarle rigidamente ed inflessibilmente. Solitamente agiscono con atteggiamenti che riflettono l’intento di dimostrarsi superiori agli altri, e appaiono determinati nel cercare di dimostrare a tutti di essere i più pratici, i più abili, i più logici e intelligenti in qualsiasi gruppo.

2.      Rifiutano di ammettere quando hanno torto
In questo tipo di personalità questo è certamente uno dei tratti che infastidisce maggiormente un partner oppure un amico o un familiare. Potrebbe trattarsi anche del più piccolo o semplice problema, ma alle persone con elevato controllo questo non importa: esse cercano caparbiamente di assicurarsi che non ammettano di aver sbagliato o di aver avuto torto. Il loro processo di pensiero è così distorto da portarli a credere che gli altri potrebbero usare la loro ammissione di torto contro di loro, o che possano percepirli come incompetenti o sciocchi a causa di un semplice errore. Solitamente di regola utilizzano una modalità di pensiero dicotomica, che tende a ricondurre tutto rigidamente a due categorie opposte, tutto o niente, bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, e confrontarsi con qualsiasi cosa stia in mezzo a queste categorie causa loro disagio.

3.      Sentono un forte bisogno di correggere gli altri o di opporre obiezioni
Mentre i fanatici del controllo sono indulgenti e fin troppo disposti a trascurare i loro errori, puoi dimenticarti di ricevere qualsiasi comprensione per i tuoi. Le personalità fortemente controllanti sentono l’esigenza di correggere gli altri, anche per cose banali o di poco conto, e di mettere in discussione tutto esibendo spesso l’atteggiamento del “bastian contrario”, fondamentalmente per giungere all’obiettivo di prevalere e di ottenere ragione. Questo conferisce loro un senso di controllo sulla realtà e un senso di potere sugli altri, allo scopo di regolare la propria autostima e preservare il loro “precario” equilibrio interno.

4.      Criticano e giudicano spesso gli altri

Sicuramente sono le persone più giudicanti nelle quali potreste mai imbattervi, e nella loro rigidità mentale adducono le loro ragioni giustificandole con le questioni di principio. Le loro critiche e i loro giudizi riguardano proprio tutto, da come gli altri dovrebbero comportarsi, anche nelle situazioni più banali, a come dovrebbero vivere le loro vite. Hanno una risposta praticamente a tutto, ma a un osservatore attento non dovrebbe sfuggire che questi individui generalmente si comportano da ipocriti.

5.      Esibiscono un atteggiamento invadente

Spesso le persone controllanti invadono e ingeriscono nella vita altrui, e questa ingerenza può rivelarsi particolarmente problematica soprattutto con le persone con le quali hanno relazioni strette. Infatti con i loro interventi verbali ed i loro comportamenti non solo tenteranno di scoraggiare direttamente o indirettamente qualsiasi senso di autonomia che possiedi o che vorresti avere, ma ti "correggeranno" su base quasi costante, inducendoti progressivamente a una relazione di dipendenza. La loro invadenza è veicolata dalla sottostante convinzione di sapere sempre ciò che sia meglio per gli altri.

6.      Conducono l’auto con rabbia e aggressività

Spesso i maniaci del controllo guidano l’auto con grande frustrazione: la loro convinzione è quella di essere gli unici a condurre correttamente l’auto, e per questo motivo criticano aspramente gli altri guidatori e spesso imprecano o bestemmiano quando qualcuno sulla strada fa qualcosa che li infastidisce. Gli altri non possono sbagliare, ma loro sì, difatti si permettono il lusso di fare ciò che vogliono, fermo restando che quando loro ostacolano o mettono in pericolo gli altri tutto dovrebbe passare inosservato. Dunque la loro impazienza alla guida è generalmente pervasiva, si infastidiscono perché gli altri conducenti si muovono troppo lentamente o troppo velocemente, e trattano i pedoni come un'interferenza che ostacola il loro percorso. E’ come se su strada tutto dovesse andare come vogliono loro: mancano della capacità di rappresentarsi mentalmente che esistono molti aspetti di una stessa realtà, e di accettarli con una flessibilità adattiva.

Considerata questa rassegna di caratteristiche di base delle personalità controllanti, è abbastanza chiaro che esse si impegnano in una serie di comportamenti che possono frustrare e provocare risentimento, soprattutto nelle persone con le quali si relazionano più strettamente. Le loro azioni sono mosse da fattori psicodinamici profondi, che hanno a che fare con la loro struttura di personalità, e più superficialmente dalla profonda convinzione che è loro necessario comportarsi in quei modi per soddisfare i loro bisogni e raggiungere i loro obiettivi. Naturalmente, se ti riconosci nella maggior parte dei comportamenti d’elevato controllo che abbiamo passato in rassegna, fai un passo indietro e chiediti se non sei stanco di cercare sempre di controllare tutto, e se non sia arrivato finalmente il momento di cominciare a metterti in discussione e ad apprendere a lasciar andare e accettare più le cose e gli altri. Se invece ti rendi conto che qualcuno che ami esibisce spesso questi comportamenti, allora forse è arrivato il momento di parlare di ciò che ti infastidisce, in modo che la tua frustrazione e il tuo eventuale risentimento non peggiorino, mettendo così a repentaglio il futuro della relazione. Se farai notare a un uomo o a una donna altamente controllante che hai un problema con i loro comportamenti, non trascurare assolutamente di fornire loro alcuni esempi concreti di ciò che fanno e che ti infastidisce e quali sono le conseguenze, e poi dai loro il tempo di lavorare sul cambiamento: se necessario richiama più volte il problema continuando a fornire in modo chiaro e diretto esempi e spiegazioni, ma non demordere.


In generale, questi i suggerimenti per relazionarsi con le persone altamente controllanti:
  • Sforzati di mantenere calma, compostezza e assertività: una delle caratteristiche più comuni degli individui aggressivi, intimidatori e controllanti è che a loro piace deliberatamente (ma spesso incosapevolmente) disturbarti o intimorirti, manipolando le tue scelte, le tue azioni o i tuoi processi di pensiero.
  • Per quanto possibile mantieni le distanze: a meno che non ci sia qualcosa d’importante in gioco nella relazione, non spenderti cercando di cimentarti con una persona che è negativamente trincerata e sulla quale tutto spesso rimbalza come su un muro di gomma.
  • Passa dall’atteggiamento reattivo a quello proattivo: essere consapevoli della natura delle persone aggressive, intimidatorie e controllanti può aiutarci a disidentificarci  dalla situazione e passare dall'essere reattivi ad assertivi e proattivi.
  • Difendi comunque i tuoi diritti: le persone aggressive, intimidatorie e controllanti tendono generalmente a privarti dei tuoi diritti in modo da poterti controllare e trarre vantaggio da te.
  • Cerca di recuperare il tuo potere: un schema ricorrente di queste personalità è che a loro piace focalizzare l'attenzione sulla persona bersaglio, per farla sentire a disagio o inadeguata. Un modo semplice ma potente per cambiare questa dinamica è quello di puntare i riflettori su di loro.
  •  In lievi situazioni usa un appropriato umorismo: se usato opportunamente ed appropriatamente l'umorismo può illuminare la verità, disarmare certi comportamenti difficili e dimostrare all’interlocutore di avere una compostezza superiore.
  • In situazioni più gravi, cerca di esplicitare assertivamente quali siano le possibili conseguenze: la capacità di identificare e affermare quali siano le conseguenze dei comportamenti controllanti è una delle abilità più importanti che puoi usare per “spiazzare” una persona rigidamente controllante, e probabilmente stimolarla alla riflessione e chissà, forse al cambiamento.


PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

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web: antonelloviola.com

giovedì 5 febbraio 2026

L’amore romantico: perché una delle dimensioni esistenziali che maggiormente dovrebbero costituire fonte di felicità spesso si trasforma in una penosa sorgente d’angoscia?


Rileggere oggi questo articolo, che ho scritto molti anni fa, nel 2004, significa tornare a confrontarsi con una domanda che attraversa epoche e generazioni: perché ciò che dovrebbe essere una delle principali fonti di felicità si trasforma così spesso in una sorgente di angoscia? Nel tempo, nulla sembra aver attenuato la complessità dell’amore romantico; anzi, la confusione contemporanea attorno ai sentimenti e alle relazioni rende ancora più urgente distinguere ciò che chiamiamo “amore” da ciò che, in realtà, ne è soltanto un’imitazione.

Queste pagine nascevano, e continuano a nascere, dall’esigenza di fare chiarezza, di restituire all’amore la sua profondità psicologica e umana, liberandolo dalle illusioni narcisistiche, dalle idealizzazioni e dalle aspettative irrealistiche che spesso lo deformano. L’amore autentico non coincide con la fusionalità, né con il bisogno di essere completati o rispecchiatinon è un idillio, né una promessa di perfezione. È piuttosto la capacità di attraversare differenze, conflitti e disillusioni senza smarrire la propria integrità e senza negare quella dell’altro.

Ripropongo questo testo perché, nonostante il tempo trascorso, le dinamiche che descrive restano sorprendentemente attuali: la fragilità del sé, la ricerca di conferme, la difficoltà di tollerare il conflitto, la tendenza a confondere l’amore con le sue forme più immature. E perché continua a ricordare che l’amore vero non è un’emozione passeggera, ma un incontro tra due soggettività capaci di riconoscersi nella loro irripetibile unicità, senza pretendere di annullarsi o di completarsi a vicenda.


L’amore romantico: 
perché una delle dimensioni esistenziali che maggiormente dovrebbero costituire fonte di felicità spesso si trasforma in una penosa sorgente d’angoscia? 
di Antonello Viola, (2004).

 

 Tutto si potrebbe dire dell’amore, e tantissime cose sono state dette, ma una in particolare (che condivido pienamente) mi è rimasta particolarmente impressa: Anthony De Mello, psicologo e gesuita, affermava che si può parlare con maggior precisione di ciò che l’amore non è piuttosto di ciò che l’amore sia, poiché la sua intima essenza non è esprimibile a parole.

Si fa molta confusione, soprattutto in tempi recenti, sulla dimensione ed il significato dell’amore, e spesso si finisce per confondere una relazione passionale e idilliaca (quella che gli inglesi e gli americani chiamano “flirt”) con il vero amore. La verità è che in molti casi si finisce per confondere il vero amore con ciò che potrebbe essere meramente definito come “pseudoamore”, ovvero un conglomerato di proiezioni narcisistiche in cui il partner veniva vissuto come un’estensione o un rispecchiamento del proprio sé. In questi casi in pratica si viveva nell’ambito di una illusione, che come tale è destinata a svanire: questo distingue il vero amore da uno “pseudoamore”, poiché il vero amore non si ferma all’illusione, bensì mette radici e cresce come un albero rigoglioso.

Ogni unione ha una storia a sé e dovrebbe essere considerata nella sua specificità, ma è pur vero che imprescindibilmente (anche dopo lunghi anni) quando in un’unione sentimentale si insinuano degli elementi di rottura, probabilmente qualcosa di disfunzionale è emerso nell’ambito di una o di tutte e due le personalità nella coppia. Ma ciò che distingue un vero amore da uno fittizio è pure la capacità di superare i processi disfunzionali e i conflitti attraverso la negoziazione e il confronto aperto, superando le posizioni egocentriche ed egoistiche o le tendenze simbiotiche.

 

Il vero amore non fallisce, e questo non è soltanto un mito (come alcuni teorici o intraprendenti cervelli ben pensanti allucinati da bieche suggestioni contemporanee vorrebbero far credere), ma una profonda verità.


E’ molto difficile parlare dell’amore, anche perché è così semplice ma allo stesso tempo molto complesso: l’amore è in tutto, essendo l’essenza dell’universo, quindi l’elemento essenziale dell’esistenza. Forse è così difficile parlarne compiutamente, essendo esso qualcosa di immenso ma allo stesso tempo di estremamente semplice.

Ma certamente possiamo renderci conto con certezza di cosa l’amore non sia.

 L’amore non è certamente l’illusione che la persona che "amiamo" soddisferà i nostri bisogni e i nostri desideri fondamentali, o che si comporterà esattamente come piace a noi: questa sarebbe soltanto una proiezione del proprio sé, un amore narcisistico in cui nel partner in fondo si ricerca la propria immagine, o sul quale si proiettano delle strutture non integrate della propria personalità disarmonica. Tutti sappiamo che l’innamoramento segue entro ampi margini una dinamica precisa: dalla illusione della fusionalità con il proprio partner e l’interesse ossessivo per questa persona, alle aspettative irrealistiche che questo possa corrisponderci in tutto, fino alle ampie proiezioni del proprio sé su quello del partner: in definitiva un partner che viene un po’ vissuto come una estensione del proprio sé.

Kubie, un celebre psicoanalista diceva che l’innamoramento è la beatificazione di uno stato ossessivo tendenzialmente delirante, caratterizzato dal predominio di fattori inconsci sulla sfera consapevole dell’individuo, che si estrinsecano con massive proiezioni reciproche fra gli stessi innamorati. In effetti tutto ciò è vero, l’innamoramento è una fase caratterizzata da tutti questi tratti, e oltremodo da significative alterazioni ormonali, comunque tutte cose che non possono perdurare a lungo. Tutto questo in effetti, nella condizione di salute (e qui intendiamo in una condizione in cui le personalità dei partner siano sufficientemente integrate, differenziate ed individuate, e dotate di un livello sufficiente di autostima) dovrebbe costituire soltanto uno stadio transitorio, il cui superamento dipende in larga misura dalla struttura delle personalità coinvolte. All’illusione dell’innamoramento segue sempre la disillusione: perché emergono le differenze, perché cade l’ideale della relazione simbiotica, perché svanisce la magia dell’alterazione ormonale, perché le differenze fanno emergere i primi conflitti.

E’ proprio a questo punto che entra effettivamente in gioco il vero significato e la reale forza dell’amore, l’attendibilità del vero sentimento e la solidità della relazione. Una personalità scarsamente differenziata ed individuata in un sé scarsamente integrato e armonico, e caratterizzata da una bassa autostima, avrà poche probabilità di superare questa fase, la fase della cosiddetta

disillusione e miseria”: infatti difficilmente riuscirà a tollerare l’emergere delle differenze e le frustrazioni derivanti dalla delusione delle aspettative da parte del partner. Quando un sé è scarsamente differenziato e integrato (e questo dipende in larga misura dal decorso delle fasi dello sviluppo individuale, dall’infanzia all’adolescenza, e dalla conseguente interiorizzazione di modelli operativi interni che possono essere funzionali o disfunzionali, oltre che dalla interiorizzazione di oggetti interni buoni e contenitivi, ovvero rappresentazioni di figure ad elevato valore affettivo, come ad esempio i genitori, che abbiano costituito una base affettiva sicura, responsiva, protettiva e gratificante) difficilmente riuscirà a tollerare l’ambivalenza (i sentimenti di amore ma pure di aggressività rivolti al partner, e sempre presenti) nella relazione, o anche la delusione derivante dalla frustrazione delle proprie aspettative (di rispecchiamento narcisistico) da parte del partner.

E’ proprio qua che in genere cade tutto ciò che si pensava fosse amore (ma che in realtà non lo era). Tutto questo naturalmente può succedere in conseguenza della struttura di personalità di uno dei partner, o di entrambi: a volte tutti e due, altre volte fondamentalmente uno. Le personalità con scarsa autostima spesso ricercano delle relazioni simbiotiche, fusionali, in cui inconsciamente riescano a ricreare col partner il legame simbiotico madre-bambino, e nelle quali possano sentirsi approvate, protette e rassicurate, illudendosi in maniera precaria e regressiva di un’esistenza autonoma, che in effetti non lo è, né mai lo sarà, poiché queste personalità saranno estremamente dipendenti dal loro patner, e al di fuori di questo tipo di relazioni si sentiranno insicure, fragili e invase dall’ansia. Nel momento in cui emergono le differenze (che inevitabilmente prima o poi vengono sempre alla luce) o nel momento in cui ci si sente contrariati o delusi, allora crolla tutto, “si frantuma l’amore”, che in effetti amore non è mai stato, ma che in realtà era soltanto un attaccamento narcisitico alla propria immagine proiettata su quella di un’altra persona, la quale avrebbe dovuto rispecchiare il sé del partner o eventualmente completarlo nelle proprie carenze (in questo caso ci si innamora illusoriamente di una persona dalla quale ci si attende, più o meno inconsciamente, una compensazione delle proprie carenze).

Ecco perché molti pseudoamori si frantumano, ecco perché sono frequenti i casi di persone che cambiano partner quasi come la biancheria intima, e ripetono un copione trito e ritrito, senza rendersi conto che la dinamica dei fatti e del loro fallimento relazionale è da ricercarsi nella struttura della loro personalità.

Spesso la scelta del partner è guidata da pressioni inconsce per cui il partner dovrebbe costituire una sorta di contenitore dell’immagine del genitore di sesso opposto, interiorizzata durante i primi stadi dello sviluppo. Altre volte un particolare partner viene scelto (sempre sotto la scorta di forti pressioni

inconsce) poiché risponde a delle caratteristiche specifiche che consentono alla persona di riprodurre con esso un copione nevrotico e irrisolto, che appartiene alla famiglia di origine. I modelli relazionali disfunzionali interiorizzati dalla famiglia d’origine vengono riproposti e riprodotti col partner scelto (adatto a tale scopo grazie alle sue specifiche caratteristiche), nel tentativo inconscio di risolverli. Altre volte un partner viene scelto perché possiede delle caratteristiche che costituiscono l’ideale dell’Io che la persona vorrebbe possedere perché gli mancano (e che in conseguenza della bassa autostima crede di non poter raggiungere), quindi un partner che inconsciamente metta a tacere la sottostante mancanza di autostima personale e costituisca un fittizio completamento del proprio sè carente. Quando la scelta di un partner viene guidata da questi modelli latenti, spesso insorgono notevoli problemi relazionali, che frequentemente non si riesce a superare. Ma sotto tutto ciò non stava sicuramente ciò che potremmo definire amore, ma un sentimento carico di aspettative irrealistiche, di desideri insoddisfatti o repressi, forse un affetto idilliaco, ma non certo un vero amore.

L’amore realistico non è l’illusione della fusionalità e del rispecchiamento, ma è piuttosto l’affetto profondo, la stima e il rispetto per il del partner nella sua unicità e irripetibilità. Il matrimonio frequentemente comporta una modificazione relazionale nella coppia, e una vera e propria sfida alla stabilità della relazione. Nell’ambito dell’unione matrimoniale spessissimo il livello qualitativo della relazione si trasforma, ed emergono tratti caratteriali che in una fase precedente erano rimasti latenti: in parole molto semplici, nell’ambito del matrimonio le persone si rivelano per quello che effettivamente sono. E’ per questo che il matrimonio costituisce una vera e propria sfida, che richiede un buon margine di tolleranza e flessibilità, una personalità integrata e stabile, che sia in grado di tollerare la tensione dei conflitti (che inevitabilmente emergono) e la capacità di negoziare le soluzioni ai contrasti che possono essere determinati dalle più svariate cause, intrinseche alle varie fasi dei cicli evolutivi familiari, o alle caratteristiche individuali dei partner, oltre che una sufficiente apertura e delle buone e flessibili capacità comunicative.

Certamente le personalità disfunzionali non sono in grado di tollerare il conflitto, perché per queste persone conflitto significa mettere in gioco il proprio sé (scarsamente integrato) e la propria autostima (carente); conflitto per queste persone significa dover definire la propria relazione o il proprio sé nell’ambito della relazione (quindi assumersi delle responsabilità, che il proprio Io immaturo o disarmonico non può tollerare), e questo per esse comporterebbe un livello di angoscia intollerabile, poiché il conflitto farebbe emergere delle differenze che la personalità disfunzionale non vuole né vedere né percepire, in quanto differenza costituirebbe la negazione della propria illusione simbiotica e narcisistica con il partner. Una relazione eccessivamente simbiotica è sempre disfunzionale e non può che condurre alla strutturazione di una famiglia anch’essa disfunzionale, in cui il livello d’ansia sarà altissimo e fluttuante. Nelle famiglie disfunzionali il conflitto non emerge mai, ogni conflitto viene soffocato e mascherato, o deviato sui figli, o su terze persone esterne al contesto familiare, e prima o poi emergeranno dei sintomi o si arriverà alla rottura del sistema familiare.

Vi siete mai chiesti perché certe persone non sono capaci di tollerare il conflitto o il “litigio” (e con ciò voglio semplicemente riferirmi a uno scambio corretto di opinioni, anche acceso e crudo ma corretto)? Il motivo è più semplice di quanto si possa pensare, e l’ho già accennato: il conflitto (o il litigio) verte intorno alla emersione di differenze, e la differenza è intollerabile per una personalità disfunzionale e con un sé scarsamente integrato. Per queste persone il litigio è insostenibile in quanto veicola ciò che in fondo non possono tollerare: la differenziazione, l’individuazione, l’emersione di differenze che significano il naufragio dell’ideale della relazione simbiotica (ideale che può essere conscio o inconscio).

Una coppia funzionale riesce a gestire il conflitto, a confrontarsi nel conflitto, a tollerare le proprie differenze, a negoziare le soluzioni, a riconoscere l’individualità del partner e la propria individualità, e non pretende di condividere tutti i gusti e tutte le esperienze, ma gode della condivisione del piacere dell’esperienza del partner: questi dovrebbero essere i tratti salienti di un amore realistico e maturo, non egoistico. Un amore maturo e realistico potrebbe essere rispecchiato dalla percezione reciproca riflessa nelle seguenti parole: “Io ti amo per quello che sei nella tua unicità, e quando ti do qualcosa non lo faccio per ricevere, né quando mi darai qualcosa mi sentirò in debito, neppure quando ti arrabbierai con me sentirò che non mi ami più, e neanche quando ti allontanerai da me mi sentirò vuoto o tradito, perché sono certo della tua fedeltà, di cui tu mi dai prova, e del tuo ritorno”.

Amore significa anche coltivare il pensiero del partner nella propria interiorità, e quando questa è una condizione reale và da sé che ciascuno si dimostrerà presente nella vita dell’altro. Un mio buon maestro un giorno ha detto: “Tutto termina nel momento in cui si smette di pensarcisi”. Questo è un pensiero che mi sento di condividere in larga misura: ovviamente quando si ama una persona, questa persona è sempre presente nella nostra interiorità, e questo può avvenire soltanto quando si tratta di un amore maturo, reale, quindi stabile e durevole. Avete presente l’amore per la mamma, la “mamma sufficientemente buona” (come la intendeva Winnicott, un celebre psicoanalista del secolo scorso), cioè quella mamma che è stata in grado di assistere amorevolmente e con devozione, con profonda responsività e dedizione sincera il proprio bambino? Perché questo genere di mamma si ama per tutta la vita (amore puro e profondo, stabile e duraturo), e come tale la si pensa amorevolmente per tutta la vita? Perché l’amore della mamma sufficientemente buona è un vero amore, un amore sincero e reale, disinteressato, devoto, un amore che pervade l’essere del bambino, e che viene interiorizzato in maniera così profonda che il bambino prima, e poi l’adulto, non potrà fare a meno di pensarla e di amarla altrettanto sinceramente, e anche quando non sarà più presente o in sua assenza, sarà come se fosse sempre presente e viva, essendo viva nella propria realtà psichica. Ecco l’esempio del vero amore (che vuole solo essere un esempio, per rendere l’idea). Traslatelo all’amore nella situazione di coppia: perché il vero amore non può morire? Perché pervade l’essere, perché è infinito, perché è disinteressato e umile, perché è fedele e coerente (“non posso tradirti, perché se lo facessi tradirei il mio essere profondo, e se solo lo facessi poi mi sentirei uno straccio”).

Si potrebbero dire tante altre cose su ciò che l’amore non è, ma non voglio aggiungere altro sull’argomento Amore (che è l’essenza più o meno celata in ciascuno di noi) ritenendo di aver già fornito alcuni utili e fondamentali spunti di riflessione. Vorrei concludere comunque osservando che bisognerebbe stare certo più attenti con l’utilizzo del termine “Amore”: spesso sentiamo dire “io amavo………è stato un grande amore ma poi è finito…..il mio ex amore…….i miei tanti amori………mi piace amare ma poi finisce…….” e così via. Ma siamo davvero certi che fosse “Amore”? Viviamo in un’era di grande confusione e naufragio di valori essenziali. Ritengo che spesso sarebbe meglio usare termini più adatti come “idillio”, oppure il termine all’inglese “flirt”, o ancora “avventura, amicizia, sentimento, affetto”, tutti termini certamente e più opportunamente generici. Ma per favore non usate a sproposito quella bellissima parola, che è pure unica, cioè “Amore”; perché l’Amore, per citare i versi di una persona molto autorevole, l’Amore è molto diverso dalla banalità:

“... L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine”   S. Paolo


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