LA LEZIONE DI FREUD: NON SIAMO PADRONI "IN CASA NOSTRA"
Se c’è una sola, vera, irriducibile lezione che Sigmund Freud ha consegnato alla cultura occidentale, non è l’Edipo, non è la sessualità infantile, non è il lettino né l’interpretazione dei sogni. È qualcosa di molto più scomodo, radicale e ancora oggi destabilizzante: l’essere umano non coincide con ciò che pensa di essere.
Freud ha incrinato per sempre l’idea illuministica di un soggetto trasparente a se stesso, razionale, padrone delle proprie intenzioni. Dopo Copernico, che ci ha tolto dal centro dell’universo, e Darwin, che ci ha tolto dal trono della creazione, Freud ha compiuto la terza ferita narcisistica: ci ha tolto il controllo della nostra stessa mente.
L’inconscio: non un luogo oscuro, ma una logica altra
L’inconscio freudiano non è un “magazzino di traumi” né un contenitore di istinti primitivi. È, prima di tutto, una forma di funzionamento psichico.
Una logica diversa da quella della coscienza: non lineare, non cronologica, non morale, non razionale.
Sogni, lapsus, sintomi, dimenticanze, scelte apparentemente “inspiegabili” non sono errori del sistema: sono il sistema che parla. Freud ci ha insegnato che ciò che chiamiamo “disturbo” spesso è una soluzione psichica, un compromesso intelligente, anche se doloroso, tra desideri, divieti, legami e storia personale.
Il sintomo come messaggio, non come nemico
Qui sta uno dei lasciti più rivoluzionari: il sintomo non è qualcosa da eliminare in fretta, ma qualcosa da comprendere. Dietro un’ansia, una fobia, un’ossessione, una depressione, Freud vedeva:
un conflitto
una rinuncia
un desiderio non riconosciuto
una lealtà invisibile
una storia che cerca parola
Il sintomo è una verità che ha trovato una forma sbagliata per dirsi. Questa idea, oggi data per scontata in moltissimi approcci psicoterapeutici, nasce lì.
La psicoanalisi come etica dell’ascolto
Freud non ci ha lasciato solo una teoria, ma un metodo e un’etica. L’idea che: la parola abbia un potere trasformativo, il senso emerga nel tempo, la cura non consista nel “correggere” ma nel comprendere, il terapeuta non sia un tecnico che aggiusta, ma un testimone che ascolta L’attenzione fluttuante, l’astensione dal giudizio, la sospensione delle risposte rapide: tutto questo ha inciso profondamente non solo sulla clinica, ma sul modo stesso di stare in relazione con l’altro.
Il disagio non è un difetto individuale
Un altro punto di enorme attualità: Freud non ha mai letto la sofferenza psichica come un semplice problema individuale. Ne Il disagio della civiltà ci consegna un’intuizione ancora bruciante: la sofferenza nasce spesso dal conflitto tra ciò che siamo e ciò che la società ci chiede di essere. La cultura, le norme, i legami, le aspettative sociali entrano nella psiche, la strutturano, la feriscono, la contengono. Il Super-io non è solo interno: è storia, educazione, cultura interiorizzata.
Perché Freud ci disturba ancora
Freud continua a disturbare perché:
non promette felicità
non offre soluzioni rapide
non riduce l’essere umano a un algoritmo
non separa mente, corpo, storia e desiderio
Ci ricorda che conoscersi è un processo lungo, spesso faticoso, mai del tutto concluso. E che crescere non significa eliminare il conflitto, ma imparare a sostenerlo senza distruggersi.
La lezione finale
Se dovessimo condensare tutto in una sola frase, potrebbe essere questa:
L’essere umano è più profondo delle proprie spiegazioni, e la verità di sé non si impone: si ascolta.
Questa è la lezione fondamentale e unica di Freud. Ed è una lezione che, a distanza di oltre un secolo, continua a interrogarci, proprio perché non cerca di consolarci, ma di renderci un po’ più consapevoli.
La lezione di Freud nella pratica psicoterapeutica
Accogliere fino in fondo la lezione di Freud significa accettare che la psicoterapia non è un percorso di normalizzazione, né un addestramento al benessere, né una tecnica di ottimizzazione dell’individuo. È, prima di tutto, un lavoro di incontro con ciò che in noi non è immediatamente disponibile alla coscienza.
In terapia, questo si traduce in una postura fondamentale: non si parte da ciò che il paziente dovrebbe essere, ma da ciò che è, compreso ciò che resiste, che si ripete, che sembra “andare contro” il suo stesso desiderio dichiarato.
Dal controllo alla comprensione
Molti pazienti arrivano in terapia con una richiesta implicita di controllo:
“Voglio smettere di sentirmi così”, “Voglio eliminare questo sintomo”, “Voglio tornare come prima”. La lezione freudiana invita invece a un passaggio decisivo: dal controllo alla comprensione. Quando il sintomo viene ascoltato, e non semplicemente combattuto, accade qualcosa di profondamente trasformativo: il paziente inizia a riconoscere che una parte di sé sta cercando una soluzione, non una punizione. Questo non significa idealizzare la sofferenza, ma restituirle dignità di senso.
Il tempo della psiche e il rispetto del processo
Freud ci ha insegnato che la psiche ha un tempo proprio, spesso incompatibile con l’urgenza della società contemporanea. In psicoterapia questo implica accettare che:
il cambiamento non è lineare
le ricadute non sono fallimenti
la ripetizione è una forma di linguaggio
Il lavoro terapeutico diventa allora un accompagnamento nel processo di simbolizzazione: trasformare ciò che agisce nel corpo o nel sintomo in qualcosa che può essere pensato, nominato, condiviso.
La relazione come spazio di verità
Un’altra implicazione cruciale riguarda la relazione terapeutica. Freud ha mostrato che il passato non resta nel passato: si riattiva nella relazione, soprattutto nel transfert. Questo rende la terapia uno spazio unico, in cui il paziente non racconta soltanto la propria storia, ma la rivive, questa volta in un contesto che può essere osservato, compreso, elaborato. La relazione non è quindi un semplice veicolo della tecnica: è il luogo stesso in cui il cambiamento prende forma.
Dalla colpa alla responsabilità
Un punto spesso frainteso riguarda la responsabilità. Dire che non siamo pienamente padroni di noi stessi non significa deresponsabilizzare il paziente. Al contrario. La psicoterapia, nella scia di Freud, accompagna un passaggio sottile ma decisivo:
dalla colpa (“c’è qualcosa di sbagliato in me”)
alla responsabilità soggettiva (“questa è la mia storia, e posso farci qualcosa”)
Responsabilità non come autocontrollo forzato, ma come presa di parola su ciò che ci abita.
La cura come ampliamento della libertà
Alla fine, la lezione freudiana in psicoterapia può essere riassunta così:
la cura non elimina l’inconscio, non cancella il conflitto, non promette armonia permanente. Ma può fare qualcosa di forse più prezioso: ampliare il margine di libertà del soggetto. Libertà di:
riconoscere i propri desideri
tollerare l’ambivalenza
sottrarsi alle ripetizioni cieche
scegliere, almeno in parte, come stare nella propria storia
Una conclusione aperta
Freud non ci ha insegnato come essere felici. Ci ha insegnato come ascoltarci senza mentire a noi stessi. In psicoterapia, questa lezione diventa un invito radicale: smettere di chiedere alla mente di essere semplice, coerente, performante, e iniziare a riconoscerne la complessità, le contraddizioni, la profondità. È in questo spazio fragile, imperfetto, ma autentico, che può nascere una trasformazione reale.
Non una guarigione intesa come ritorno a un ideale, ma una forma più abitabile di sé.
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Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica
Dott. Antonello Viola
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