Rileggere oggi questo articolo, che ho scritto molti anni fa, nel 2004, significa tornare a confrontarsi con una domanda che attraversa epoche e generazioni: perché ciò che dovrebbe essere una delle principali fonti di felicità si trasforma così spesso in una sorgente di angoscia? Nel tempo, nulla sembra aver attenuato la complessità dell’amore romantico; anzi, la confusione contemporanea attorno ai sentimenti e alle relazioni rende ancora più urgente distinguere ciò che chiamiamo “amore” da ciò che, in realtà, ne è soltanto un’imitazione.
Queste pagine nascevano, e continuano a nascere, dall’esigenza di fare chiarezza, di restituire all’amore la sua profondità psicologica e umana, liberandolo dalle illusioni narcisistiche, dalle idealizzazioni e dalle aspettative irrealistiche che spesso lo deformano. L’amore autentico non coincide con la fusionalità, né con il bisogno di essere completati o rispecchiati; non è un idillio, né una promessa di perfezione. È piuttosto la capacità di attraversare differenze, conflitti e disillusioni senza smarrire la propria integrità e senza negare quella dell’altro.
Ripropongo questo testo perché, nonostante il tempo trascorso, le dinamiche che descrive restano sorprendentemente attuali: la fragilità del sé, la ricerca di conferme, la difficoltà di tollerare il conflitto, la tendenza a confondere l’amore con le sue forme più immature. E perché continua a ricordare che l’amore vero non è un’emozione passeggera, ma un incontro tra due soggettività capaci di riconoscersi nella loro irripetibile unicità, senza pretendere di annullarsi o di completarsi a vicenda.
L’amore romantico: perché una delle dimensioni esistenziali che maggiormente dovrebbero costituire fonte di felicità spesso si trasforma in una penosa sorgente d’angoscia?
di Antonello Viola, (2004).
di Antonello Viola, (2004).
Tutto si potrebbe dire dell’amore, e tantissime cose sono state dette, ma una in particolare (che condivido pienamente) mi è rimasta particolarmente impressa: Anthony De Mello, psicologo e gesuita, affermava che si può parlare con maggior precisione di ciò che l’amore non è piuttosto di ciò che l’amore sia, poiché la sua intima essenza non è esprimibile a parole.
Si fa molta
confusione, soprattutto in tempi recenti, sulla dimensione ed il significato
dell’amore, e spesso si finisce per confondere una relazione passionale e
idilliaca (quella che gli inglesi e gli americani chiamano “flirt”) con il vero amore. La verità è
che in molti casi si finisce per
confondere il vero amore con ciò che potrebbe essere meramente definito come
“pseudoamore”, ovvero un conglomerato di proiezioni narcisistiche in cui il
partner veniva vissuto come un’estensione o un rispecchiamento del proprio sé.
In questi casi in pratica si viveva nell’ambito di una illusione, che come tale
è destinata a svanire: questo distingue il vero amore da uno “pseudoamore”,
poiché il vero amore non si ferma all’illusione, bensì mette radici e cresce
come un albero rigoglioso.
Ogni unione ha una storia a sé e dovrebbe essere considerata nella sua specificità, ma è pur vero che imprescindibilmente (anche dopo lunghi anni) quando in un’unione sentimentale si insinuano degli elementi di rottura, probabilmente qualcosa di disfunzionale è emerso nell’ambito di una o di tutte e due le personalità nella coppia. Ma ciò che distingue un vero amore da uno fittizio è pure la capacità di superare i processi disfunzionali e i conflitti attraverso la negoziazione e il confronto aperto, superando le posizioni egocentriche ed egoistiche o le tendenze simbiotiche.
Il vero amore non fallisce, e questo non è soltanto un mito (come alcuni teorici o intraprendenti cervelli ben pensanti allucinati da bieche suggestioni contemporanee vorrebbero far credere), ma una profonda verità.
Ma certamente possiamo renderci
conto con certezza
di cosa l’amore non sia.
Kubie, un celebre psicoanalista diceva
che l’innamoramento è la beatificazione di uno stato ossessivo tendenzialmente
delirante, caratterizzato dal predominio di fattori inconsci sulla sfera
consapevole dell’individuo, che si estrinsecano con massive proiezioni
reciproche fra gli stessi innamorati. In effetti tutto ciò è vero,
l’innamoramento è una fase caratterizzata da tutti questi tratti, e oltremodo
da significative alterazioni ormonali, comunque tutte cose che non possono
perdurare a lungo. Tutto questo in effetti, nella condizione di salute (e qui
intendiamo in una condizione in cui le personalità dei partner siano
sufficientemente integrate, differenziate ed individuate, e dotate di un
livello sufficiente di autostima) dovrebbe costituire soltanto uno stadio
transitorio, il cui superamento dipende in larga misura dalla
struttura delle personalità coinvolte. All’illusione dell’innamoramento segue
sempre la disillusione: perché emergono le differenze, perché cade
l’ideale della relazione simbiotica, perché svanisce la magia dell’alterazione
ormonale, perché le differenze fanno emergere i primi conflitti.
E’ proprio a
questo punto che entra effettivamente in gioco il vero significato e la reale
forza dell’amore, l’attendibilità del vero sentimento e la solidità della
relazione. Una
personalità scarsamente differenziata ed individuata in un sé scarsamente
integrato e armonico, e caratterizzata da una bassa autostima, avrà poche probabilità di superare questa
fase, la fase della cosiddetta
“disillusione e miseria”: infatti difficilmente riuscirà a tollerare l’emergere delle differenze e le frustrazioni derivanti dalla delusione delle aspettative da parte del partner. Quando un sé è scarsamente differenziato e integrato (e questo dipende in larga misura dal decorso delle fasi dello sviluppo individuale, dall’infanzia all’adolescenza, e dalla conseguente interiorizzazione di modelli operativi interni che possono essere funzionali o disfunzionali, oltre che dalla interiorizzazione di oggetti interni buoni e contenitivi, ovvero rappresentazioni di figure ad elevato valore affettivo, come ad esempio i genitori, che abbiano costituito una base affettiva sicura, responsiva, protettiva e gratificante) difficilmente riuscirà a tollerare l’ambivalenza (i sentimenti di amore ma pure di aggressività rivolti al partner, e sempre presenti) nella relazione, o anche la delusione derivante dalla frustrazione delle proprie aspettative (di rispecchiamento narcisistico) da parte del partner.
E’ proprio qua
che in genere cade tutto ciò che si pensava
fosse amore (ma che in realtà non lo era). Tutto questo naturalmente può
succedere in conseguenza della struttura di personalità di uno dei partner, o
di entrambi: a volte tutti e due, altre volte fondamentalmente uno. Le
personalità con scarsa autostima spesso ricercano delle relazioni simbiotiche,
fusionali, in cui inconsciamente riescano a ricreare col partner il legame simbiotico
madre-bambino, e nelle quali possano sentirsi approvate, protette e
rassicurate, illudendosi in maniera precaria e regressiva di un’esistenza
autonoma, che in effetti non lo è, né mai lo sarà, poiché queste personalità
saranno estremamente dipendenti dal loro patner, e al di fuori di questo tipo
di relazioni si sentiranno insicure, fragili e invase dall’ansia.
Nel momento in cui emergono le differenze (che inevitabilmente prima o poi vengono
sempre alla luce) o nel momento in cui ci si sente contrariati o delusi, allora
crolla tutto, “si frantuma l’amore”, che in effetti amore non è mai stato, ma
che in realtà era soltanto un attaccamento narcisitico alla propria
immagine proiettata su quella di un’altra persona, la quale avrebbe
dovuto rispecchiare il sé del partner o eventualmente completarlo
nelle proprie carenze (in
questo caso ci si innamora illusoriamente di una persona dalla quale ci si
attende, più o meno inconsciamente, una compensazione delle proprie carenze).
Ecco perché molti
pseudoamori si frantumano, ecco perché sono frequenti i casi di persone che
cambiano partner quasi come la biancheria intima, e ripetono un copione trito e
ritrito, senza rendersi conto che la dinamica dei fatti e del loro fallimento
relazionale è da ricercarsi nella struttura della loro personalità.
Spesso la scelta del partner
è guidata da pressioni
inconsce per cui il partner
dovrebbe costituire una sorta di contenitore dell’immagine del genitore di sesso opposto,
interiorizzata durante i primi stadi dello
sviluppo. Altre volte un particolare partner viene scelto (sempre sotto la scorta di forti pressioni
inconsce) poiché risponde a delle caratteristiche specifiche che consentono alla persona di riprodurre con esso un copione nevrotico e irrisolto, che appartiene alla famiglia di origine. I modelli relazionali disfunzionali interiorizzati dalla famiglia d’origine vengono riproposti e riprodotti col partner scelto (adatto a tale scopo grazie alle sue specifiche caratteristiche), nel tentativo inconscio di risolverli. Altre volte un partner viene scelto perché possiede delle caratteristiche che costituiscono l’ideale dell’Io che la persona vorrebbe possedere perché gli mancano (e che in conseguenza della bassa autostima crede di non poter raggiungere), quindi un partner che inconsciamente metta a tacere la sottostante mancanza di autostima personale e costituisca un fittizio completamento del proprio sè carente. Quando la scelta di un partner viene guidata da questi modelli latenti, spesso insorgono notevoli problemi relazionali, che frequentemente non si riesce a superare. Ma sotto tutto ciò non stava sicuramente ciò che potremmo definire amore, ma un sentimento carico di aspettative irrealistiche, di desideri insoddisfatti o repressi, forse un affetto idilliaco, ma non certo un vero amore.
L’amore
realistico non è l’illusione della fusionalità e del rispecchiamento, ma è
piuttosto l’affetto profondo, la stima e il rispetto per il sé del partner nella sua unicità e irripetibilità. Il matrimonio frequentemente comporta
una modificazione
relazionale nella coppia, e una vera e propria sfida alla stabilità
della relazione. Nell’ambito dell’unione matrimoniale spessissimo il
livello qualitativo della relazione si trasforma, ed emergono tratti
caratteriali che in una fase precedente erano rimasti latenti: in parole molto
semplici, nell’ambito del matrimonio le persone si rivelano per quello che
effettivamente sono. E’ per questo che il matrimonio costituisce una vera e
propria sfida, che richiede un buon margine di tolleranza e flessibilità,
una personalità
integrata e stabile, che sia
in grado di tollerare la tensione dei conflitti (che inevitabilmente
emergono) e la capacità di negoziare le soluzioni ai contrasti che possono
essere determinati dalle più svariate cause, intrinseche alle varie fasi dei
cicli evolutivi familiari, o alle caratteristiche individuali dei partner,
oltre che una sufficiente apertura e delle buone e flessibili capacità
comunicative.
Certamente le personalità disfunzionali non sono in grado di tollerare il conflitto, perché per queste persone conflitto significa mettere in gioco il proprio sé (scarsamente integrato) e la propria autostima (carente); conflitto per queste persone significa dover definire la propria relazione o il proprio sé nell’ambito della relazione (quindi assumersi delle responsabilità, che il proprio Io immaturo o disarmonico non può tollerare), e questo per esse comporterebbe un livello di angoscia intollerabile, poiché il conflitto farebbe emergere delle differenze che la personalità disfunzionale non vuole né vedere né percepire, in quanto differenza costituirebbe la negazione della propria illusione simbiotica e narcisistica con il partner. Una relazione eccessivamente simbiotica è sempre disfunzionale e non può che condurre alla strutturazione di una famiglia anch’essa disfunzionale, in cui il livello d’ansia sarà altissimo e fluttuante. Nelle famiglie disfunzionali il conflitto non emerge mai, ogni conflitto viene soffocato e mascherato, o deviato sui figli, o su terze persone esterne al contesto familiare, e prima o poi emergeranno dei sintomi o si arriverà alla rottura del sistema familiare.
Vi siete mai
chiesti perché certe persone non sono
capaci di tollerare il conflitto o il “litigio” (e con ciò voglio semplicemente riferirmi a uno scambio corretto di
opinioni, anche acceso e crudo ma
corretto)? Il motivo è più semplice di quanto si possa pensare, e l’ho già
accennato: il conflitto (o il
litigio) verte intorno alla emersione di
differenze, e la differenza è intollerabile per una personalità disfunzionale e con
un sé scarsamente integrato. Per queste persone il litigio è
insostenibile in quanto veicola ciò che in fondo non possono tollerare: la differenziazione, l’individuazione, l’emersione di differenze che significano il naufragio dell’ideale
della relazione simbiotica (ideale che può essere conscio o inconscio).
Una coppia
funzionale riesce a gestire il conflitto, a confrontarsi nel conflitto, a
tollerare le proprie differenze, a negoziare le soluzioni, a riconoscere
l’individualità del partner e la propria individualità, e non
pretende di condividere tutti i gusti e tutte le esperienze, ma gode della
condivisione del piacere dell’esperienza del partner: questi dovrebbero essere
i tratti salienti di un amore realistico e maturo, non egoistico. Un amore maturo e
realistico potrebbe essere rispecchiato dalla percezione reciproca
riflessa nelle seguenti parole: “Io ti amo per quello che sei nella tua
unicità, e quando ti do qualcosa non lo faccio per ricevere, né quando mi darai
qualcosa mi sentirò in debito, neppure quando ti arrabbierai con me sentirò che
non mi ami più, e neanche quando ti allontanerai da me mi sentirò vuoto o
tradito, perché sono certo della tua fedeltà, di cui tu mi dai prova, e del tuo
ritorno”.
Amore significa anche coltivare il pensiero del partner nella propria interiorità, e quando questa è una condizione reale và da sé che ciascuno si dimostrerà presente nella vita dell’altro. Un mio buon maestro un giorno ha detto: “Tutto termina nel momento in cui si smette di pensarcisi”. Questo è un pensiero che mi sento di condividere in larga misura: ovviamente quando si ama una persona, questa persona è sempre presente nella nostra interiorità, e questo può avvenire soltanto quando si tratta di un amore maturo, reale, quindi stabile e durevole. Avete presente l’amore per la mamma, la “mamma sufficientemente buona” (come la intendeva Winnicott, un celebre psicoanalista del secolo scorso), cioè quella mamma che è stata in grado di assistere amorevolmente e con devozione, con profonda responsività e dedizione sincera il proprio bambino? Perché questo genere di mamma si ama per tutta la vita (amore puro e profondo, stabile e duraturo), e come tale la si pensa amorevolmente per tutta la vita? Perché l’amore della mamma sufficientemente buona è un vero amore, un amore sincero e reale, disinteressato, devoto, un amore che pervade l’essere del bambino, e che viene interiorizzato in maniera così profonda che il bambino prima, e poi l’adulto, non potrà fare a meno di pensarla e di amarla altrettanto sinceramente, e anche quando non sarà più presente o in sua assenza, sarà come se fosse sempre presente e viva, essendo viva nella propria realtà psichica. Ecco l’esempio del vero amore (che vuole solo essere un esempio, per rendere l’idea). Traslatelo all’amore nella situazione di coppia: perché il vero amore non può morire? Perché pervade l’essere, perché è infinito, perché è disinteressato e umile, perché è fedele e coerente (“non posso tradirti, perché se lo facessi tradirei il mio essere profondo, e se solo lo facessi poi mi sentirei uno straccio”).
Si potrebbero
dire tante altre cose su ciò che l’amore non è, ma non voglio aggiungere altro
sull’argomento Amore (che è l’essenza più o meno celata in ciascuno di noi)
ritenendo di aver già fornito alcuni utili e fondamentali spunti di
riflessione. Vorrei concludere comunque osservando che bisognerebbe stare certo
più attenti con l’utilizzo del termine “Amore”: spesso sentiamo dire “io
amavo………è stato un grande amore ma poi è finito…..il mio ex amore…….i miei
tanti amori………mi piace amare ma poi finisce…….” e così via. Ma siamo davvero
certi che fosse “Amore”? Viviamo in un’era di grande confusione e naufragio di
valori essenziali. Ritengo che spesso sarebbe meglio usare termini più adatti
come “idillio”, oppure il termine all’inglese “flirt”, o ancora “avventura, amicizia, sentimento, affetto”, tutti termini certamente e più
opportunamente generici. Ma per favore non usate a sproposito quella bellissima
parola, che è pure unica, cioè “Amore”; perché l’Amore, per citare i versi di
una persona molto autorevole, l’Amore è molto diverso dalla banalità:
“... L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine” S. Paolo
PER INFORMAZIONI:
Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica
Dott. Antonello Viola
Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5
Tel. 3200757817 (anche whatsapp)
e-mail: antonello.viola@gmail.com
web: antonelloviola.com



