martedì 4 febbraio 2020

Perché andare dallo psicologo/psicoterapeuta, quali gli obbiettivi fondamentali e i benefici del counseling psicologico e della psicoterapia





Perché andare dallo psicologo/psicoterapeuta,
quali gli obbiettivi fondamentali e i benefici del counseling psicologico 
e della psicoterapia


Innanzitutto è fondamentale avere chiara la distinzione tra le specifiche connotazioni professionali e le basilari linee d’intervento tra psicologo, psichiatra, psicologo-psicoterapeuta, psichiatra-psicoterapeuta, così come ho sintetizzato precedentemente (vedi articolo). Fatta questa distinzione, e sempre tenendo a mente che lo psicologo non lavora coi farmaci e dunque non li prescrive, è fondamentale avere ben chiaro che chi va dallo psicologo/psicoterapeuta non è “pazzo” come certa gente ignorante ancora crede: infatti, partendo dalla premessa che lo psicologo/psicoterapeuta interviene anche in aree d’azione che niente hanno a che fare con il malessere mentale (per esempio orientamento scolastico e lavorativo e selezione, mediazione dei conflitti, sostegno alla genitorialità, sviluppo della personalità, gestione delle emozioni, elaborazione del lutto, relazioni interpersonali, terapia di coppia, ecc.), pure quando lo psicologo/psicoterapeuta interviene su problematiche inerenti al malessere psicologico, offre fondamentalmente una relazione di sostegno e d’aiuto basata principalmente sull’ascolto e sull’utilizzo di tecniche che siano volte sostanzialmente alla mobilitazione delle risorse psichiche sane e adattive dell’individuo ed allo sviluppo armonico della sua personalità. Inoltre, tutto il lavoro dello psicologo/psicoterapeuta è rivolto alla rimozione-risoluzione delle cause che si pongono alla base e che sostengono il malessere psichico (e dunque le cause dei sintomi): pertanto questo tipo d’intervento lo distingue sostanzialmente dall’intervento psicofarmacologico (quello dello psichiatra), che invece agisce  specificamente soltanto sui sintomi. E’ altresì importante ricordare che in alcuni casi, quelli in cui i sintomi del malessere siano di una certa gravità, la psicoterapia può essere più efficace se accompagnata da un sostegno psicofarmacologico transitorio: si tratta di quei casi in cui lo psicologo/psicoterapeuta, tenendo conto della gravità della condizione di disagio psicologico del paziente, può ritenere opportuno suggerire il ricorso contestuale alla terapia farmacologica e dunque l’invio da uno psichiatra che prescriva un adeguato trattamento psicofarmacologico.
Mentre nel nostro paese, purtroppo, la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta non sono state ancora inglobate in modo capillare nel tessuto del “Sistema Sanitario Nazionale”, come invece per tutte le altre figure specialistiche (si ricordi che lo psicologo-psicoterapeuta ha una specializzazione al pari dei cardiologi, dei neurologi, psichiatri, ginecologi, oculisti, ecc.), in altri paesi europei e soprattutto negli U.S.A. in varie forme e modalità  questo è già accaduto, rendendo più facilmente accessibile alla popolazione il supporto psicologico e psicoterapeutico: in questi paesi la presenza e la disponibilità di uno psicologo è molto facilmente accessibile, e dunque è ormai divenuto capillare il ricorso della popolazione al sostegno psicologico (paesi in cui quasi tutti i cittadini hanno il loro psicologo di riferimento, esattamente come da noi il medico di base).  Fatta questa considerazione è triste pensare che nel nostro paese viviamo in un sistema in cui la classe politica ancora non ha recepito l’importanza dell’intervento psicologico per la salute, salute così come concepita nella sua articolazione globale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): infatti non può esistere una condizione di salute laddove non vi sia una condizione di equilibrio e di armonia psicologica, e dunque una larga misura di patologie fisiologiche si sviluppano da una condizione di malessere psichico. Ne consegue che uno Stato che nei suoi organi governativi sia inconsapevole, disattento, negligente al riguardo dell’importanza delle garanzie di supporto psicologico e psicoterapeutico, non abbia abbastanza a cuore la salute della sua popolazione. Ed è questo il motivo fondamentale per cui, a causa della negligenza dei nostri organi governativi, finora il supporto psicologico e psicoterapeutico è ampiamente affidato alla pratica professionale privata, a discapito della popolazione e soprattutto di tutti coloro che economicamente non possono permettersi di ricorrere a un sostegno psicologico e psicoterapeutico qualificato. Ma lasciamo cadere queste note dolenti e vediamo di chiarire quali possono essere gli obbiettivi e i benefici della consulenza psicologica e della psicoterapia, sempre partendo dalla premessa che il grado di specializzazione di uno psicologo è inferiore a quello di uno psicologo-psicoterapeuta, e che l’intervento di consulenza psicologica (che può essere svolto dallo psicologo e anche dallo psicologo-psicoterapeuta) è meno articolato e profondo della psicoterapia (che può essere svolta soltanto dallo psicologo-psicoterapeuta o dallo psichiatra-psicoterapeuta, ma non dallo psicologo non psicoterapeuta).
Quando andrai da uno psicologo o da uno psicoterapeuta il lavoro svolto sarà sempre orientato al raggiungimento dei seguenti obbiettivi e benefici fondamentali:

· l’attenuazione o la scomparsa dei sintomi (riduzione ansia, depressione, psicosomatizzazioni, stress, ecc.)
·        lo sviluppo dell’insight (presa di coscienza e consapevolezza)
·        l’incremento del proprio senso di agency (senso di padronanza della propria vita e di azione, consapevolezza delle proprie potenzialità, capacità progettuali, proattività)
·        il rafforzamento o il consolidamento del proprio senso di identità (autenticità, auto-accettazione, senso esistenziale, differenziazione del Sé)
·        l’incremento dell’autostima, realisticamente fondata (fiducia in se stessi)
·        il miglioramento nel riconoscere e gestire le proprie emozioni e i propri sentimenti (stabilità emotiva, intelligenza emotiva, comunicazione)
·        l’aumento della forza dell’Ego e della coesione del Sé (resilienza, assertività)
·        l’espansione della capacità di amare, lavorare, e dipendere appropriatamente dagli altri (relazioni migliori, produttività, comunicazione efficace)

Quando inizi un percorso di consulenza psicologica (intervento tipicamente breve) tieni sempre a mente che lo spettro d’azione di questo tipo d’intervento è limitato, e che molto difficilmente può agire sulla struttura della tua personalità. Quando dovessi iniziare un percorso di psicoterapia, ricordati che la frequenza e la durata del lavoro psicoterapeutico è molto importante, e che per condurre un lavoro dotato di continuità, di senso e di buona efficacia, la frequenza dovrebbe essere auspicabilmente di almeno una seduta alla settimana, e che la durata non dovrebbe essere inferiore alle 20 sedute. Sii inoltre consapevole che per problematiche di lieve entità può essere sufficiente una consulenza psicologica o una psicoterapia breve, ma per problematiche che coinvolgono l’organizzazione e il livello evolutivo della tua personalità, vale a dire difficoltà insite nei pilastri della tua personalità, per avere risultati stabili è necessaria una psicoterapia che vada oltre le 20-30 sedute, ovvero una psicoterapia di media o lunga durata, condotta con continuità e senza interruzioni.


Dott. Antonello Viola
psicologo-psicoterapeuta
Studio Cagliari:
Via San Lucifero, 65
Studio Sinnai:
Via Pierluigi da Palestrina, 15
Cell: 3200757817
e-mail: antonello.viola@gmail.com
web:   https://psicologo-cagliari-dott-viola.jimdofree.com/
             www.antonelloviola.com
             www.psicologi-psicoterapeuti-cagliari.it

lunedì 3 febbraio 2020

Chi sono lo psicologo, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, come si differenziano e quando recarsi da essi



Chi sono lo psicologo, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, 
come si differenziano e quando recarsi da essi


Tuttora esiste ancora una certa disinformazione e confusione al riguardo delle caratteristiche professionali e delle relative funzioni e linee d’intervento dello psicologo, dello psichiatra e dello psicoterapeuta, e proprio in conseguenza di tale confusione talvolta gli utenti non riescono a indirizzarsi correttamente verso la figura specialistica più opportuna, sulla base delle loro esigenze e problematiche. Innanzitutto cerchiamo di chiarire chi sono queste 3 figure professionali:

E’ psicologo colui che ha conseguito una laurea in psicologia (di grado specialistico) e ha superato l’esame di stato per l’abilitazione all’esercizio della libera professione: nel caso in cui lo psicologo eserciti la professione deve essere iscritto a un albo dell’ordine professionale. Lo psicologo ha tutte le competenze per poter effettuare una diagnosi psicologica ed esercitare la consulenza psicologica, ovvero interventi brevi volti alla valutazione, alla cura ed alla riabilitazione psicologica.
E’ psichiatra colui che ha conseguito una laurea in medicina, ha superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione medica, e ha conseguito il diploma di specializzazione post-lauream in psichiatria (generalmente di 5 anni). Nel caso in cui lo psichiatra eserciti la professione deve essere ovviamente iscritto all’albo dell’ordine professionale.
E’ psicoterapeuta uno psicologo o uno psichiatra che abbiano svolto una scuola di specializzazione post-lauream (solitamente quadriennale) in psicoterapia, specializzando le loro competenze di base (di psicologo o di psichiatra) nell’intervento psicoterapeutico, in un indirizzo teorico-pratico specifico: esistono parecchie scuole di specializzazione in psicoterapia, ciascuna orientata a un modello teorico-pratico ben preciso (per esempio: psicoanalitico, psicodinamico, cognitivo-comportamentale, gestaltico, transazionale, bionomico-autogeno, ipnoterapeutico, ecc.).

E’ bene tenere presente che lo psichiatra, dopo la specializzazione in psichiatria, se vuole può legittimamente fregiarsi del titolo di “psicoterapeuta”, avendo ricevuto durante la scuola specialistica in psichiatria una formazione di base in psicoterapia, certamente non ampia ed esaustiva come quella ricevuta da uno psicologo o da uno psichiatra che abbia però frequentato specificamente una scuola di specializzazione in psicoterapia, la sola che può garantire una formazione approfondita ed esaustiva in psicoterapia.

Fatte queste premesse in merito alla formazione specifica di queste 3 figure professionali, vediamo di chiarire ora quali possono essere le linee di intervento seguite da esse, e come scegliere la figura più adatta alle tue esigenze.

Lo psichiatra: essendo un medico con formazione specialistica in psichiatria generalmente imposta il suo intervento sulla valutazione diagnostica (diagnosi psichiatrica) del problema lamentato dal paziente, prescrivendo normalmente un trattamento farmacologico (lo psichiatra ti prescrive la medicina che ritenga più adeguata ad attenuare i tuoi sintomi). A meno che lo psichiatra non sia anche psicoterapeuta (come precedentemente specificato, dunque dotato di diploma di specializzazione in psicoterapia) molto raramente farà anche psicoterapia, vale a dire, difficilmente ti dedicherà un tempo sufficiente (almeno un’ora a seduta) per lavorare con la tua problematica psicologica, utilizzando una serie di tecniche mirate, e con esse cercando di risolvere le cause che determinano il tuo malessere e il tuo disadattamento. Ricorda sempre che il farmaco agisce sui sintomi e non sulle cause di questi: pertanto la medicina può esserti d’aiuto per attenuare i sintomi, ma non per risolvere i fattori causali insiti nel dinamismo della tua personalità. Pertanto, è bene che l’utente sia consapevole che tranne le problematiche di lieve entità, il farmaco non potrà mai risolvere stabilmente il disadattamento e la disfunzionalità psichica, proprio perché non agisce sulla causa del problema. Ne consegue che fintanto che il problema non sia affrontato alla radice (auspicabilmente con una psicoterapia) esso si ripresenterà, costringendo la persona a un’assunzione continuativa del farmaco, con tutti i rischi annessi e connessi.

Lo psicologo: ha una formazione di base che gli consente di inquadrare da un punto di vista diagnostico la problematica psicologica, e di fare un lavoro volto alla riabilitazione, ovvero mobilitare le risorse sane della personalità per il recupero di un livello sufficiente di funzionalità e di adattamento psicologico. Questo lavoro si effettua nei limiti della consulenza psicologica, ovvero interventi brevi (solitamente da 1 a 10 sedute) focalizzate sulla problematica lamentata dal paziente, la chiarificazione e la risoluzione delle cause del problema-disagio. Lo psicologo oltre che fare valutazione, psicodiagnosi e consulenza, può eventualmente indirizzare a una psicoterapia e/o a un trattamento farmacologico: infatti lo psicologo non tratta il problema con i farmaci, essendo questa una prerogativa della linea d’intervento del medico-psichiatra o del medico-neurologo.

Lo psicologo-psicoterapeuta: ha una formazione specialistica che gli consente di effettuare una valutazione psicodiagnostica accurata, e di conseguenza di orientare il suo intervento sulla risoluzione delle cause che si pongono alla base del problema di disadattamento-disfunzionalità psicologica del paziente. Questo specialista può dunque, a seconda della valutazione dell’entità e della configurazione del problema,  basare il suo intervento su un lavoro di consulenza psicologica relativamente breve, o su una psicoterapia, un lavoro usualmente più lungo (solitamente oltre le dieci sedute, tipicamente 10-30 sedute nelle psicoterapie brevi, e oltre le 30 sedute nelle psicoterapie analitiche-psicodinamiche o in tutti gli interventi psicoterapeutici che si propongano di produrre cambiamenti nel dinamismo profondo della personalità). Anche lo psicologo-psicoterapeuta, qualora lo ritenga opportuno, può avviare il paziente alla richiesta di un supporto farmacologico presso uno psichiatra o un neurologo.

Pertanto, alla luce di questo quadro esplicativo dovrebbe essere abbastanza inequivocabile l’esigenza di chiarire da tutto principio il tipo d’intervento e quindi di figura specialistica ricercata:

·    se hai bisogno di una consulenza psicologica, ovvero se hai bisogno di far luce sull’entità del tuo disagio psicologico puoi recarti da uno psicologo, o da uno psicologo-psicoterapeuta;

·    se hai bisogno di capire l’entità del tuo problema e di trattarlo in profondità, fino a produrre dei cambiamenti relativamente stabili e frutto della destrutturazione dei fattori causali del tuo malessere, puoi rivolgerti a uno psicologo-psicoterapeuta oppure a uno psichiatra-psicoterapeuta (in quest’ultimo caso possibilmente accertati se lo psichiatra ha svolto anche una scuola di specializzazione in psicoterapia, e se effettivamente svolge delle sedute sufficientemente lunghe, almeno un’ora, di psicoterapia);

·   se hai bisogno di trattare farmacologicamente il tuo problema rivolgiti a uno psichiatra, o alternativamente a un neurologo: da essi potrai ricevere l’indicazione del trattamento psicofarmacologico più adeguato.


Dott. Antonello Viola
psicologo-psicoterapeuta
Studio Cagliari:
Via San Lucifero, 65
Studio Sinnai:
Via Pierluigi da Palestrina, 15
Cell: 3200757817
e-mail: antonello.viola@gmail.com
web: https://psicologo-cagliari-dott-viola.jimdofree.com/
         www.antonelloviola.com
         www.psicologi-psicoterapeuti-cagliari.it




mercoledì 9 ottobre 2019

"The cold shoulder": come il narcisista ti demolisce ignorandoti per nutrire il suo Ego ipertrofico



RICONOSCERE UNA DELLE FORME COMUNICAZIONALI  PIU' TOSSICHE DEL NARCISISTA
La spalla fredda (“the cold shoulder”): ignorare la vittima


E' una delle armi di maltrattamento più utilizzate dal narcisista, soprattutto dal narcisista “covert” (il tipo più nascosto), e può considerarsi come una forma di maltrattamento puro. All'improvviso il narcisista ti risponde in modo freddo e scostante, smette di parlarti, ti tratta come se fossi un rifiuto, non risponde alle tue domande o ai tuoi messaggi, oppure sparisce.
Accade che in qualsiasi momento, soprattutto in una situazione delicata per la vittima, il narcisista, ovvero una persona con la quale hai una relazione stretta, che sia un amico, un parente o il tuo partner, ti dà una risposta fredda, tagliente e indifferente, con la quale comincia a ignorarti. Con quella risposta è come se ti stesse mettendo da parte, ponendo il vuoto tra lui/lei e te, e indicando il poco valore che tu hai davanti ai suoi occhi. Questa manovra comunicazionale è ciò che viene chiamato “spalla fredda”, o "cold shoulder" come si dice in inglese.
A volte questa risposta gelida è accompagnata da uno sguardo di disprezzo o da un sorriso cinico e malvagio. È una pratica di comunicazione completamente tossica e offensiva, che alla lunga lascia profonde ferite emotive e influisce sull'autostima della persona che la subisce. A livello psicologico ed emotivo è come se fossi schiaffeggiato/a.
Frequentemente i narcisisti esibiscono alle loro vittime una “spalla fredda” nel contesto globale di quell'arma di manipolazione a cui sono così abituati: il cosiddetto “trattamento silenzioso”. La vittima, spezzata dal silenzio del predatore emotivo, solitamente va da lui/lei pregandolo/la di parlargli/le e rompere il suo mutismo. L'aggressore narcisista, ancor più gonfio della sua brama di potere, e lungi dal compatire e arrendersi, generalmente  risponde dandogli ancora la "spalla fredda", affondando ulteriormente il coltello dell'abuso e generando più danni e desolazione.
Ma il momento stellare e finale di questa manovra comunicazionale subdola è senza dubbio la fase dello “scarto narcisistico”: quando il narcisista decide di sbarazzarsi della sua vittima e la “getta via” con totale freddezza e indifferenza, esattamente come qualcuno che lascia da parte un oggetto rotto e inutilizzabile.
Per capire meglio la crudeltà della "spalla fredda" dobbiamo tenere conto del fatto che la vittima è stata condizionata e manipolata, e dipende emotivamente dal narcisista: questi si distacca da lei senza mostrare la minima preoccupazione per lo stato di prostrazione psicologica ed emotiva in cui la abbandona.
Una cosa è certa: quando il narcisista dà quell'ultima “spalla fredda”, la vittima conosce il vero volto del suo predatore, lo stesso che a volte ha esibito per anni, sfruttando e distruggendo la sua vita, usandola come fonte di carburante narcisistico. A questo punto le maschere sono finite, e la vittima si rende conto che, a differenza di lei, questa persona non ha sviluppato alcun tipo di legame emotivo, e pertanto può uscire facilmente e senza alcuna difficoltà dalla relazione, più o meno con la stessa leggerezza con cui ci si cambia la camicia. Per molte vittime di abusi narcisistici, questo è forse il momento peggiore di tutti. L'esperienza può essere dolorosa e sconcertante.
Tuttavia è necessario considerare che quando il narcisista dà la "spalla fredda", paradossalmente  è tra le poche volte che effettivamente è totalmente sincero con la sua vittima, poiché in realtà ordinariamente è indifferente a tutto ciò che non ha nulla a che fare con lui e con la sua agenda: infatti, emotivamente il narcisista è una pietra di ghiaccio, fredda e vuota, e dunque la “spalla fredda” è coerente con la sua realtà, ovvero con la sua dimensione intrapsichica.
Come rispondere alla manovra “cold shoulder” o "spalla fredda" e contrastarla?
Prima di tutto è bene riconoscere che sei vittima di una tattica di comunicazione offensiva e perversa: è un abuso nella sua forma più pura. Qualsiasi persona, che sia narcisista o meno, e che utilizzi con una certa frequenza questa manovra comunicazionale, la “spalla fredda”, sta palesando un chiaro segno del suo grado di tossicità: per la persona che gli/le si relazione dovrebbe costituire un chiaro campanello d’allarme e, dopo non troppo tempo, una ragione sufficiente per ritirare la fiducia ed evitare qualsiasi tipo di relazione.
Come nel caso di tutti gli altri comportamenti tossici del narcisista, l'ideale sarebbe non reagire emozionalmente. Tuttavia, è comprensibile che sia molto difficile rimanere indifferenti quando si riceve uno schiaffo, ciò che emotivamente è la "spalla fredda". Però qualunque cosa accada, è fondamentale mantenere la propria dignità e non insistere: se una persona è fredda e indifferente con un'altra, questa è la sua decisione e non di chi la subisce. Non c'è nulla che si possa fare per cambiarla, e l’illusione di volerla cambiare porta soltanto a ulteriore disagio e sofferenza. Non dimenticare mai che in nessun caso è colpa della vittima, che non può in alcun modo essere responsabile del comportamento patologico di questo individuo, né merita in nessun caso tale trattamento. Non cadere nella trappola di rivendicare la fredda e indifferente risposta del narcisista: solitamente la negherà e frequentemente accuserà la vittima di essere troppo sensibile o di reagire in modo eccessivo. Inoltre, in tal modo saprebbe di aver ferito la sua vittima, e ciò servirebbe soltanto da carburante per farlo/la sentire potente e dargli certezza di esercitare il controllo. Semplicemente basta non reagire: agisci come se nulla fosse accaduto e interrompi immediatamente l'interazione. Quando ti accorgi che la persona con cui ti relazioni utilizza la manovra della “spalla fredda” come modalità abitudinaria, rispondi  con un’analoga risposta di spalla fredda, ovvero ignorando il narcisista, poiché se lo insegui è proprio lì che inizia quella dinamica disfunzionale in cui ti svuoterà di energia, comincerai a stare male, riempiendoti di veleno e di frustrazione. E’ più probabile che se non lo cerchi il narcisista ti venga a cercare: infatti il narcisista si nutre della tua energia, dunque se lo cerchi e tenti di capire perché ha smesso di considerarti, perché non ti parla o perché è scomparso/a, non farai altro che nutrirlo/a della tua energia
In un contesto psicoterapico, ma non solo, per la vittima potrebbe essere utile prendere nota del maltrattamento che sta subendo con la manovra della "spalla fredda", specificando la data e la situazione, in modo tale che quando il narcisista ritornerà nuovamente con la sua maschera mistificatoria e abusante, la vittima possa ricordare ciò che ha  già vissuto senza dimenticarlo, piuttosto confrontarlo ed elaborarlo, per trovare nuove strategie di risposta e nuove forme di adattamento.
Sii inoltre consapevole che se una persona ti tratta in questo modo, sta chiaramente indicando che non le importa tanto di te: anche se in seguito affermerà di amarti, i fatti dimostrano comunque il contrario, e sono proprio questi comportamenti che palesano le sue parti più profonde. Attraverso la “spalla fredda”, i narcisisti rivelano due aspetti cruciali della loro personalità squilibrata: la loro totale mancanza di empatia e l’incapacità di amare veramente gli altri. Nell’ambito della relazione con un narcisista è fondamentale cogliere questa realtà: da quel momento in poi starà soltanto a te decidere se volerti continuare a vittimizzare e autosacrificare in una relazione tossica, oppure tagliare radicalmente ogni legame con questa persona e lasciare la spirale dell'abuso, decretando il “contatto zero”.


Dott. Antonello Viola
Psicologo-Psicoterapeuta
Cell. 3200757817
Web: https://psicologo-cagliari-dott-viola.jimdo.com/

mercoledì 19 giugno 2019

Psicoterapia e Ipnosi Vigile





“L’ipnosi non esiste, tutto è ipnosi!” diceva Milton Erickson, l’ipnoterapeuta più affermato e famoso del secolo scorso. E’ una massima impregnata di una verità profonda, poiché in realtà tutti viviamo quotidianamente la nostra ipnosi, e proprio il modo in cui la viviamo determina ampiamente il nostro equilibrio psicofisico, più o meno armonico. L’ipnosi è uno strumento molto potente ed efficace, di cui può disporre uno psicoterapeuta per aiutare i proprio pazienti a superare o quantomeno  mitigare i loro malesseri: quando uno psicoterapeuta conosce e sa usare l’ipnosi, può utilizzarla anche al livello “ipnoidale”, vale a dire di “ipnosi vigile”. Quando una psicoterapia sia utilizzata efficacemente da uno specialista competente, che sia in grado di creare una buona “alleanza terapeutica” e di utilizzare opportunamente metodo e tecnica, allora l’ipnosi vigile diventa una componente essenziale del processo terapeutico. Ma che cos’è l’ipnosi vigile? Vi propongo un estratto dal libro “Ipnosi e suggestione in psicoterapia” da me scritto in coautoraggio nel 2005, appunto il paragrafo dedicato all’ipnosi vigile. Oggi, alla luce di 13 anni di esperienza clinica, e di un utilizzo continuo del counseling psicologico, della psicoterapia e dell’ipnositerapia, posso affermare senza dubbio che l’ipnosi vigile è una componente essenziale che nella mia pratica professionale mi ha consentito di aiutare tanti pazienti.
**********************
«Uno dei concetti di maggiore importanza, formalizzati da Granone (fin dal 1962), riteniamo sia quello di “ipnosi vigile. Infatti Franco Granone  è stato il primo ricercatore a formalizzare il concetto che esiste uno stato di trance ipnotica molto leggero, in cui ancora si ha l’azione preponderante della critica e in cui il soggetto funziona allo stato di coscienza vigile, ma nel quale le suggestioni  possono comunque esercitare molto efficacemente effetti curativi e ristrutturanti, agendo sui livelli profondi della psiche ed esercitando un’azione subconscia, e durante il quale si possono comunque produrre considerevoli alterazioni della suggestibilità, della volontà e somato-viscerali.
Ma vediamo nello specifico cosa Granone intende per ipnosi vigile: «L’ipnosi vigile è una particolare condizione che definisco di suggestiva passività psicosomatica, durante la quale si possono avere anche importanti modificazioni somatiche (analgesia, contrattura, catalessi), apparendo integra la coscienza del soggetto e del pari, entro determinati limiti, la sua capacità di riflessione e di critica. Con la conservazione di queste, il paziente non può tuttavia sottrarsi al dominio dell’idea suggestionante. Si ritiene, con Grasset, che il soggetto che subisce la suggestione allo stato di veglia, si trovi di fatto in uno stato di ipnosi parziale, con i sintomi della veglia al posto di quelli della ipnosi profonda» (Granone, 1983).
Possiamo ritrovare lo stesso concetto anche in altri autori, sebbene con sfumature diverse, primariamente a partire dallo stesso Bernheim, che riteneva la suggestione come un fenomeno caratteristico anche dello stato di veglia e non solo dello stato ipnotico. Ovviamente sappiamo però, che la suggestione può agire in misura amplificata negli stati ipnotici più profondi, in quanto essi aprono dei canali preferenziali di comunicazione coi domini inconsci della nostra psiche.
Tuttavia, è certo che la suggestione operi in modo efficiente anche nell’ipnosi vigile, anche se ci sembra doveroso compiere una distinzione fra suggestionabilità in stato di veglia (assimilabile all’effetto placebo), per cui si ha una forma di comunicazione mente-corpo più generale ed automatica, in cui entrano in modo preponderante vari tipi di aspettative (culturali, soggettive, ecc.), e la suggestionabilità ipnotica, in cui invece si accede ai propri schemi di comunicazione mente-corpo solo attraverso l’impiego della suggestione psicologica. Ecco come E. Rossi riferisce al riguardo, relativamente alle ricerche di F. Evans sull’effetto placebo:
«In condizioni sperimentali di laboratorio, la suggestione ipnotica e l’effetto placebo sembravano funzionare per mezzo di meccanismi diversi o a diversi livelli di risposta. Un modo per comprendere tale differenza consiste nel dire che la responsività ipnotica è una dote specifica e innata che comporta la capacità di accedere ai propri schemi di comunicazione mente-corpo, o di mutarli, soltanto attraverso l’impiego della suggestione psicologica. L’effetto placebo, per contro, è una forma di comunicazione mente-corpo più generale e automatica che utilizza i metodi di cura della medicina per ridurre l’ansia e facilitare la guarigione, schierando in campo contro la malattia potenti aspettative culturali e cieca fiducia nei confronti del metodo di cura. Altri ricercatori credono che, anche se l’effetto ipnotico e quello placebo sembrano diversi per il modo in cui vengono facilitati a livello socioculturale, sono in realtà delle modalità essenzialmente simili di attività mentale creativa a livello psicobiologico, dove vengono mediate dall’emisfero cerebrale destro del paziente» (Rossi, 1987).
Che la suggestione possa esercitare potenti effetti psicofisiologici anche durante il normale stato di veglia, o in quella condizione che Granone chiama di “ipnosi vigile”, ce lo testimoniano svariati fenomeni, dall’effetto placebo ai casi di suggestione mortifera o di “morti vudu”. E in merito alle morti vudu per suggestione, alcune interessanti testimonianze ci sono state fornite dal ben noto fisiologo Walter Cannon in alcune sue pubblicazioni, in cui concludeva sostenendo che la morte vudu era dovuta a un’intensa e prolungata esposizione allo stress emotivo di credersi sotto l’incantesimo di uno stregone. La causa fisiologica effettiva era costituita da un’iperattivazione del sistema nervoso simpatico. A tal proposito anche Granone, in merito al potere della suggestione riferisce:
«Nelle pratiche di suggestione mortifera sembra che la vittima sapendo di essere stata esorcizzata e considerando la propria morte ormai inevitabile, finisca col rifiutare il cibo e morire di fame. Si tratta di morti lente, spontanee, prive di giustificazioni etiopatogenetiche e di fondamento clinico, descritte tra alcune popolazioni primitive in varie parti del mondo: Australia, Africa, Nuova Zelanda, Nuova Guinea, Polinesia, Nord e Sud America (Antonelli, 1981). Koch Isemburg scrive: “Soltanto i saccenti europei ridono del fatto che la sentenza di morte pronunciata dallo stregone può uccidere un uomo. Noi europei dei tropici lo sappiamo benissimo. Data la forte influenzabilità psichica degli indigeni, bisogna credere che la suggestione sia un agente patogeno capace anche di uccidere, specie in una cultura che crede senza riserva a magie, maledizioni, tabù, malocchio e ad ogni altra forma magica” […] La morte psicogena non è solo prerogativa dei popoli primitivi, essendo stata registrata nel ventesimo secolo tra i prigionieri di guerra americani, detenuti in campi di concentramento, in Giappone o in Corea, pur senza che essi presentassero segni clinici di deperimento fisico (malattia del bambù). Questi prigionieri ad un tratto, diventavano svogliati, trascurati, chiusi in sé stessi, non mangiavano più e, avvolgendosi in una coperta, manifestavano un forte desiderio di essere lasciati soli. La morte, secondo le testimonianze di Katz, Nardini, Strassmann e Mayer (Antonelli, 1981), sopraggiungeva dopo pochi giorni. In questi soggetti l’autosuggestione, per arrivare a tali estreme conseguenze, deve evidentemente trovare una particolare costituzione mentale e facili correlazioni psicosomatiche.» (Granone, 1983), e ancora:
«Una specie di suicidio psichico si verifica anche con una certa frequenza negli anziani, che sentono crollare tutti i valori della vita; anche se in essi la diagnosi di morte si compendia poi nella solita sommaria formula di collasso cardiocircolatorio. Di fatto, per questi soggetti il non essere acquista lo stesso valore dell’essere senza speranza, né fiducia in qualche cosa o in un futuro, anche se breve» (ibidem).
In merito ai meccanismi psicofisiologici dell’effetto placebo e della suggestione ipnotica, Rossi ritiene (prescindendo dal grado di profondità della trance), supportato dalle più recenti ricerche in ambito neurofisiologico, che essi siano mediati da un meccanismo comune o da un vincolo comune di comunicazione tra la mente e l’organismo, e che in particolare il sistema limbico-ipotalamico sia il più ovvio candidato anatomico al ruolo di connettore tra mente e corpo. Secondo Rossi, questo sistema cerebrale è un canale unico di comunicazione psicofisiologica tra le aspettative ed i processi creativi della mente e la fisiologia emotiva del corpo, e sarebbe il comune denominatore che media l’effetto placebo in situazioni palesemente diverse (dalla fede ingenua per un trattamento medico o farmacologico, alle aspettative di segno negativo relativamente alle morti vudu, alle guarigioni connesse alle interpretazioni positive e gli stati d’animo positivi), e gli effetti psicoterapeutici delle suggestioni e della trance ipnotica (Rossi, 1987).
Abbiamo ritenuto opportuno aprire questa parentesi relativamente all’effetto placebo e all’azione della suggestione in vari casi di stati di coscienza vigile, poiché crediamo che l’argomento sia comunque connesso al concetto di ipnosi vigile sviluppato da Granone, e inoltre per meglio comprendere a quali livelli possa esplicarsi l’effetto della suggestione. Pensiamo che ora disponiamo di un quadro compiuto per comprendere il concetto di ipnosi vigile e l’effetto della suggestione, sia che si eserciti su un soggetto in stato di coscienza vigile o in trance ipnotica, dai livelli più superficiali a quelli più profondi. Riteniamo molto probabile che la condizione di base comune all’influsso suggestivo nelle diverse circostanze, sia comunque uno stato di ipnosi vigile, e che il meccanismo neurofisiologico che costituisce il comune denominatore dell’azione e degli effetti suggestivi sia l’attivazione di particolari distretti cerebrali, in particolare come la più recente ricerca sembrerebbe suggerire, il canale limbico-ipotalamico. In questi processi, naturalmente intervengono pur sempre fattori di notevole influsso, la particolare attitudine psicofisiologica del soggetto ricevente, e quella dell’emittente (ovvero dell’ipnologo o psicoterapeuta), e la dinamica del rapporto interpersonale, come precedentemente trattato.
In merito all’importanza dell’ipnosi vigile, vorremmo ricordare che molti soggetti che ricorrono al trattamento ipnoterapeutico possono restare inizialmente scoraggiati o delusi nelle loro aspettative, alla constatazione di non essere riusciti a raggiungere un livello di trance abbastanza profonda, o per non essere riusciti ad apprezzare mutamenti significativi nel loro stato di coscienza durante il trattamento. Il più delle volte questo accade perché si crede che l’ipnosi debba necessariamente corrispondere a uno stato psicofisiologico particolarmente alterato, rispetto a quello che caratterizza lo stato di coscienza vigile. Ma in effetti le cose non stanno proprio così, poiché, come pensiamo di avere già esaurientemente chiarito nel corso del presente lavoro, l’ipnosi è raggiungibile a livelli superficiali anche in condizioni che di poco si discostano da quelle normali di coscienza vigile, ed effetti terapeutici apprezzabili possono essere ottenuti anche a partire da tale condizione, che appunto Granone chiamerebbe ipnosi vigile. A tal proposito riteniamo emblematico quanto riferito da Gérard Sunnen in merito all’esperienza dell’ipnosi:
«Esiste una larga variabilità fra i soggetti nella loro esperienza dell’ipnosi (Hilgard, 1965; Freundlich 1974) […] Nelle situazioni cliniche, alcune persone escono dall’esperienza ipnotica stupefatte di aver provato uno stato mentale così ampiamente diverso rispetto al loro normale stato di veglia, mentre altre riferiscono di non aver sperimentato niente di inusuale. Nel primo caso, l’impatto vivido dell’esperienza servirà a facilitare l’ulteriore e futuro lavoro ipnotico, attraverso la convinzione del soggetto che un qualche fenomeno tangibile si sia indubbiamente verificato. Nel secondo caso, nonostante l’assenza di qualunque nuova sensazione durante l’esperienza ipnotica, i soggetti potranno comunque riportare, con loro grande sorpresa, un’ampia gamma di effetti ipnotici. Per esempio, cito il caso di una donna di circa trent’anni, gravemente sovrappeso e con una lunga storia alle spalle di tentativi fallimentari nel seguire diete alimentari. La donna uscì delusa dalla sua prima esperienza ipnotica: immaginava che durante la trance avrebbe sperimentato sentimenti molto particolari, mentre in effetti dopo la seduta ipnotica riferì di aver percepito soltanto un livello di rilassamento più profondo. Ma nel periodo successivo, quando il trattamento ipnotico della donna proseguì, contestualmente alla somministrazione di suggestioni orientate all’adozione non problematica di programmi nutrizionali, ella riferì con sorpresa che nonostante l’assenza di cambiamenti soggettivi durante le sedute ipnotiche, era stata capace di rendere effettivo il messaggio suggestivo e di seguire le diete alimentari, quasi come se agisse automaticamente e senza sforzi»  (Sunnen, 1998).
Ci sembra che sia molto chiaro, dal quadro fornito da Sunnen, che il resoconto di questa paziente rappresenti un caso evidente di efficacia terapeutica di ipnositerapia condotta in uno stato di ipnosi vigile, anche se l’autore non fa riferimento a questo concetto particolare, formalizzato da Granone, ma comunque presente e riportato con sfumature diverse nei lavori di diversi ricercatori.»


Bibliografia
Manca Uccheddu Ornella, Viola Antonello (2005). Ipnosi e Suggestione in Psicoterapia, Giuffré editore, Milano, 6, 198-202.

venerdì 18 gennaio 2019

Le personalità controllanti: come riconoscerle



" Le persone che sentono il bisogno di controllare gli altri, 
non hanno il controllo di se stesse"




Il maniaco del controllo è una persona che sente il bisogno ossessivo di esercitare il controllo su se stessa e sugli altri e di assumere il comando in qualsiasi situazione. L’atteggiamento “controllante” maniacale caratterizza diverse strutture di personalità variamente patologiche, e determina generalmente comportamenti estremi che possono deteriorare le relazioni. Spesso gli uomini e le donne con un elevato bisogno di controllo rispondono alle caratteristiche della personalità ossessiva e narcisistica, sono frequentemente arrabbiati (palesemente irascibili oppure più celatamente passivo-aggressivi), fobici, o soffrono di disturbi dell’umore. Queste persone hanno bisogno del “controllo” perché senza di esso generalmente si sentono invase dalla paura che le cose finiranno per sovrastarle e sminuirle, e dunque vengano svalutate o non riconosciute, e conseguentemente la loro vita possa essere rovinata. A un livello più profondo del frequente Ego grandioso della personalità controllante maniacale, si dibatte un senso di inferiorità e un'autostima precaria che possono essere gestiti solo attraverso l’illusione di poter controllare e di poter prevalere su tutto. Possiamo imbatterci in una personalità controllante in ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo o amicale. Ma le personalità controllanti si rendono conto di essere tali? Solitamente poiché queste persone hanno bisogno di un alto livello di controllo, hanno anche bisogno di controllare la loro immagine, e dunque se eventualmente riconosceranno di avere un alto bisogno di controllo in certe situazioni, esse comunque rifiuteranno di essere etichettate come controllanti o qualsiasi associazione con problematiche inerenti alla loro personalità e il loro eccessivo bisogno di controllo. Spesso uomini e donne controllanti giustificano il loro bisogno di controllo con affermazioni come queste: “Devo essere così per fare tutto quello che posso”, oppure “C’è bisogno di persone come me perché è pieno di incompetenti”, o “Tutto andrebbe in rovina senza di me”. Ovviamente è necessario distinguere tra un sano atteggiamento di voler gestire qualcosa in modo funzionale e l'atteggiamento controllante patologico spesso veicolato da tendenze simbiotiche o manipolatorie e fattori intrapsichici di fragilità, come scarsa autostima e scarsa differenziazione del Sé. Purtroppo l’esondazione del bisogno di controllo non può essere funzionale, e generalmente determina disagio psicologico in chi lo sperimenta ma anche in coloro che lo subiscono: in primis la disfunzionalità del controllo rigido è legata al fatto che in realtà nella vita molte cose sono ben al di là della possibilità di controllo e sfuggono pertanto al nostro controllo. Pertanto, quando a causa dell’interiorizzazione di irrealistici standard di perfezionismo si ha bisogno di un controllo totale, che in realtà è impossibile da raggiungere, allora generalmente ci si sentirà invasi dall’ansia, causata proprio dai rigidi target che ci si era prefissati.

Ecco alcune delle caratteristiche principali delle personalità controllanti:

1.      Cercano strenuamente di vincere sempre una discussione o di avere l’ultima parola
E’ molto difficile relazionarsi con uomini e donne altamente controllanti, perché sono soliti stabilire regole rigide per poi applicarle rigidamente ed inflessibilmente. Solitamente agiscono con atteggiamenti che riflettono l’intento di dimostrarsi superiori agli altri, e appaiono determinati nel cercare di dimostrare a tutti di essere i più pratici, i più abili, i più logici e intelligenti in qualsiasi gruppo.

2.      Rifiutano di ammettere quando hanno torto
In questo tipo di personalità questo è certamente uno dei tratti che infastidisce maggiormente un partner oppure un amico o un familiare. Potrebbe trattarsi anche del più piccolo o semplice problema, ma alle persone con elevato controllo questo non importa: esse cercano caparbiamente di assicurarsi che non ammettano di aver sbagliato o di aver avuto torto. Il loro processo di pensiero è così distorto da portarli a credere che gli altri potrebbero usare la loro ammissione di torto contro di loro, o che possano percepirli come incompetenti o sciocchi a causa di un semplice errore. Solitamente di regola utilizzano una modalità di pensiero dicotomica, che tende a ricondurre tutto rigidamente a due categorie opposte, tutto o niente, bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, e confrontarsi con qualsiasi cosa stia in mezzo a queste categorie causa loro disagio.

3.      Sentono un forte bisogno di correggere gli altri o di opporre obiezioni
Mentre i fanatici del controllo sono indulgenti e fin troppo disposti a trascurare i loro errori, puoi dimenticarti di ricevere qualsiasi comprensione per i tuoi. Le personalità fortemente controllanti sentono l’esigenza di correggere gli altri, anche per cose banali o di poco conto, e di mettere in discussione tutto esibendo spesso l’atteggiamento del “bastian contrario”, fondamentalmente per giungere all’obiettivo di prevalere e di ottenere ragione. Questo conferisce loro un senso di controllo sulla realtà e un senso di potere sugli altri, allo scopo di regolare la propria autostima e preservare il loro “precario” equilibrio interno.

4.      Criticano e giudicano spesso gli altri

Sicuramente sono le persone più giudicanti nelle quali potreste mai imbattervi, e nella loro rigidità mentale adducono le loro ragioni giustificandole con le questioni di principio. Le loro critiche e i loro giudizi riguardano proprio tutto, da come gli altri dovrebbero comportarsi, anche nelle situazioni più banali, a come dovrebbero vivere le loro vite. Hanno una risposta praticamente a tutto, ma a un osservatore attento non dovrebbe sfuggire che questi individui generalmente si comportano da ipocriti.

5.      Esibiscono un atteggiamento invadente

Spesso le persone controllanti invadono e ingeriscono nella vita altrui, e questa ingerenza può rivelarsi particolarmente problematica soprattutto con le persone con le quali hanno relazioni strette. Infatti con i loro interventi verbali ed i loro comportamenti non solo tenteranno di scoraggiare direttamente o indirettamente qualsiasi senso di autonomia che possiedi o che vorresti avere, ma ti "correggeranno" su base quasi costante, inducendoti progressivamente a una relazione di dipendenza. La loro invadenza è veicolata dalla sottostante convinzione di sapere sempre ciò che sia meglio per gli altri.

6.      Conducono l’auto con rabbia e aggressività

Spesso i maniaci del controllo guidano l’auto con grande frustrazione: la loro convinzione è quella di essere gli unici a condurre correttamente l’auto, e per questo motivo criticano aspramente gli altri guidatori e spesso imprecano o bestemmiano quando qualcuno sulla strada fa qualcosa che li infastidisce. Gli altri non possono sbagliare, ma loro sì, difatti si permettono il lusso di fare ciò che vogliono, fermo restando che quando loro ostacolano o mettono in pericolo gli altri tutto dovrebbe passare inosservato. Dunque la loro impazienza alla guida è generalmente pervasiva, si infastidiscono perché gli altri conducenti si muovono troppo lentamente o troppo velocemente, e trattano i pedoni come un'interferenza che ostacola il loro percorso. E’ come se su strada tutto dovesse andare come vogliono loro: mancano della capacità di rappresentarsi mentalmente che esistono molti aspetti di una stessa realtà, e di accettarli con una flessibilità adattiva.

Considerata questa rassegna di caratteristiche di base delle personalità controllanti, è abbastanza chiaro che esse si impegnano in una serie di comportamenti che possono frustrare e provocare risentimento, soprattutto nelle persone con le quali si relazionano più strettamente. Le loro azioni sono mosse da fattori psicodinamici profondi, che hanno a che fare con la loro struttura di personalità, e più superficialmente dalla profonda convinzione che è loro necessario comportarsi in quei modi per soddisfare i loro bisogni e raggiungere i loro obiettivi. Naturalmente, se ti riconosci nella maggior parte dei comportamenti d’elevato controllo che abbiamo passato in rassegna, fai un passo indietro e chiediti se non sei stanco di cercare sempre di controllare tutto, e se non sia arrivato finalmente il momento di cominciare a metterti in discussione e ad apprendere a lasciar andare e accettare più le cose e gli altri. Se invece ti rendi conto che qualcuno che ami esibisce spesso questi comportamenti, allora forse è arrivato il momento di parlare di ciò che ti infastidisce, in modo che la tua frustrazione e il tuo eventuale risentimento non peggiorino, mettendo così a repentaglio il futuro della relazione. Se farai notare a un uomo o a una donna altamente controllante che hai un problema con i loro comportamenti, non trascurare assolutamente di fornire loro alcuni esempi concreti di ciò che fanno e che ti infastidisce e quali sono le conseguenze, e poi dai loro il tempo di lavorare sul cambiamento: se necessario richiama più volte il problema continuando a fornire in modo chiaro e diretto esempi e spiegazioni, ma non demordere.


In generale, questi i suggerimenti per relazionarsi con le persone altamente controllanti:
  • Sforzati di mantenere calma, compostezza e assertività: una delle caratteristiche più comuni degli individui aggressivi, intimidatori e controllanti è che a loro piace deliberatamente (ma spesso incosapevolmente) disturbarti o intimorirti, manipolando le tue scelte, le tue azioni o i tuoi processi di pensiero.
  • Per quanto possibile mantieni le distanze: a meno che non ci sia qualcosa d’importante in gioco nella relazione, non spenderti cercando di cimentarti con una persona che è negativamente trincerata e sulla quale tutto spesso rimbalza come su un muro di gomma.
  • Passa dall’atteggiamento reattivo a quello proattivo: essere consapevoli della natura delle persone aggressive, intimidatorie e controllanti può aiutarci a disidentificarci  dalla situazione e passare dall'essere reattivi ad assertivi e proattivi.
  • Difendi comunque i tuoi diritti: le persone aggressive, intimidatorie e controllanti tendono generalmente a privarti dei tuoi diritti in modo da poterti controllare e trarre vantaggio da te.
  • Cerca di recuperare il tuo potere: un schema ricorrente di queste personalità è che a loro piace focalizzare l'attenzione sulla persona bersaglio, per farla sentire a disagio o inadeguata. Un modo semplice ma potente per cambiare questa dinamica è quello di puntare i riflettori su di loro.
  •  In lievi situazioni usa un appropriato umorismo: se usato opportunamente ed appropriatamente l'umorismo può illuminare la verità, disarmare certi comportamenti difficili e dimostrare all’interlocutore di avere una compostezza superiore.
  • In situazioni più gravi, cerca di esplicitare assertivamente quali siano le possibili conseguenze: la capacità di identificare e affermare quali siano le conseguenze dei comportamenti controllanti è una delle abilità più importanti che puoi usare per “spiazzare” una persona rigidamente controllante, e probabilmente stimolarla alla riflessione e chissà, forse al cambiamento.




Dott. Antonello Viola
Psicologo-Psicoterapeuta
Studio Specialistico di Psicoterapia e Consulenza Psicologica-Psicodiagnostica
Sedi Cagliari e Sinnai
Cell. 3200757817
e-mail: antonello.viola@gmail.com