venerdì 20 marzo 2026

Depersonalizzazione e Derealizzazione: Quando Sé e Realtà Sembrano Estranei

 Scopri come riconoscere questi stati dissociativi, le differenze tra essi e l’importanza del lavoro psicoterapeutico per ritrovare contatto con te stesso e il mondo

La percezione del sé e del mondo circostante è alla base della nostra esperienza quotidiana. Tuttavia, in alcune circostanze, questa percezione può risultare alterata, dando luogo a fenomeni noti come depersonalizzazione e derealizzazione. Questi stati psicologici, pur spesso transitori, possono diventare persistenti e fonte di notevole disagio. Comprendere le loro caratteristiche, origini e implicazioni cliniche è fondamentale per la psicologia, la psichiatria e per l’intervento terapeutico.

Depersonalizzazione: definizione e contesto

La depersonalizzazione è definita come una sensazione di distacco o estraneità da sé stessi, dai propri pensieri, emozioni o corpo. La persona può sperimentare:

  • Sentirsi osservatori esterni delle proprie azioni.

  • Percepire il proprio corpo o le proprie sensazioni come artificiali, irreali o distorte.

  • Avere una ridotta identificazione con i propri stati emotivi (“non sento che questo è veramente mio”).

Origine del termine

Il termine “depersonalizzazione” deriva dal latino de- (privazione) e persona (maschera, ruolo, sé). Introdotto nella psichiatria moderna da Maurice Janet (1859-1947), esso descriveva un fenomeno di distacco dalla propria esperienza interiore come risposta a stress intenso o traumi. Janet interpretava la depersonalizzazione come una forma di dissociazione, un meccanismo mentale che separa alcune componenti della coscienza per proteggere l’individuo da esperienze dolorose o traumatiche.

Contesto clinico

La depersonalizzazione può manifestarsi in vari contesti:

  • Disturbo dissociativo di depersonalizzazione: esperienze persistenti e disturbanti, che interferiscono con il funzionamento quotidiano.

  • Disturbi d’ansia e attacchi di panico: la sensazione di estraneità può comparire come risposta acuta a stati ansiosi intensi.

  • Stress post-traumatico: durante o dopo eventi traumatici, la mente può utilizzare la depersonalizzazione come strategia di difesa.

  • Uso di sostanze: alcune droghe psicotrope, come cannabis o ketamina, possono indurre stati depersonalizzanti.


Derealizzazione: definizione e contesto

La derealizzazione, strettamente correlata alla depersonalizzazione, si riferisce a una percezione alterata della realtà esterna. Chi ne soffre può descrivere il mondo come:

  • Irreale, artificiale o distante.

  • Come se si osservasse la realtà attraverso un vetro o uno schermo.

  • Con oggetti o persone percepiti come deformati, lontani o privi di vita.

Origine del termine

“Derealizzazione” deriva da de- (allontanamento) e realis (reale), letteralmente “allontanamento dalla realtà”. Storicamente, autori come Janet e Freud notarono come alcuni pazienti potessero sperimentare non solo un distacco dal proprio sé, ma anche dal mondo esterno, configurando così un fenomeno dissociativo distinto ma spesso coesistente con la depersonalizzazione.

Contesto clinico

La derealizzazione può comparire in:

  • Disturbi dissociativi (spesso insieme alla depersonalizzazione).

  • Disturbi d’ansia e attacchi di panico.

  • Stress post-traumatico e traumi emotivi.

  • Uso di sostanze psicotrope.

Depersonalizzazione vs Derealizzazione: punti di differenza

Sebbene spesso coesistano, depersonalizzazione e derealizzazione si distinguono per l’oggetto dell’alterazione:

Fenomeno

Oggetto del distacco

Descrizione tipica

Consapevolezza della realtà

Depersonalizzazione

Sé stesso, corpo, mente

“Osservo le mie azioni come da fuori”

Conservata: sa che è una sensazione soggettiva

Derealizzazione

Mondo esterno, persone, oggetti

“Il mondo sembra irreale, distante o artificiale”

Conservata: sa che il mondo è reale, ma lo percepisce distorto

In termini neuroscientifici, la depersonalizzazione sembra coinvolgere circuiti legati all’autocoscienza e alla percezione corporea, mentre la derealizzazione coinvolge le aree cerebrali responsabili dell’elaborazione visiva e della percezione ambientale.

Implicazioni cliniche e terapeutiche

Sebbene molte esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione siano transitorie, quando diventano persistenti possono interferire significativamente con la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni.

Importanza della psicoterapia

Intervenire terapeuticamente è cruciale perché questi stati:

  • Possono generare ansia intensa e paura di “impazzire”.

  • Possono aggravare disturbi d’ansia e depressione.

  • Possono ridurre la capacità di provare emozioni autentiche o di stabilire contatti sociali significativi.

Tra gli approcci più efficaci:

  • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): aiuta a riconoscere i pensieri automatici legati alla depersonalizzazione e a ridurre la paura del fenomeno stesso.

  • Mindfulness e tecniche di grounding: favoriscono il radicamento nel presente e nel corpo.

  • Psicoterapia psicodinamica: può esplorare conflitti emotivi o traumi sottostanti.

  • Supporto farmacologico: talvolta, farmaci ansiolitici o antidepressivi possono essere indicati se i sintomi sono gravi o associati a disturbi d’ansia/depressivi.

La depersonalizzazione e la derealizzazione rappresentano due aspetti della dissociazione psicologica: il primo riguarda il sé interiore, il secondo il mondo esterno. Nonostante siano fenomeni spesso transitori, la loro persistenza può avere un forte impatto psicologico e funzionale. Comprenderli a livello scientifico, storico e clinico permette:

  1. Di distinguere tra esperienze normali e patologiche.

  2. Di offrire interventi terapeutici mirati ed efficaci.

  3. Di ridurre lo stigma e la paura spesso associata a questi stati.

In psicoterapia, affrontare la depersonalizzazione e la derealizzazione non significa solo alleviare sintomi, ma aiutare la persona a riconnettersi con sé stessa e con il mondo, ristabilendo un senso di identità e realtà integrato e sicuro.


PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

- psicoterapia in presenza e online -

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com


domenica 15 marzo 2026

La Persona nella psicologia di Jung: la maschera sociale che struttura la nostra identità

Dalla metafora teatrale latina alla psicologia analitica: come la "Persona" media tra individuo e società e perché il suo equilibrio è centrale nel lavoro psicoterapeutico

Nel pensiero di Carl Gustav Jung, uno dei concetti più affascinanti e clinicamente rilevanti è quello di Persona. Sebbene spesso venga ridotto a una semplice “maschera sociale”, il suo significato è in realtà molto più ricco e complesso. La Persona rappresenta il punto di contatto tra l’individuo e la società, tra il mondo interno della psiche e le aspettative dell’ambiente esterno. Comprenderla significa comprendere uno dei meccanismi fondamentali attraverso cui la personalità si struttura, si protegge e talvolta si smarrisce.

Esplorare il concetto di Persona permette dunque di cogliere non solo un elemento centrale della teoria junghiana, ma anche un nodo cruciale nel lavoro psicoterapeutico: il rapporto tra ciò che mostriamo al mondo e ciò che realmente siamo.


Le origini del concetto di Persona

Il termine Persona proviene dal latino e indicava originariamente la maschera utilizzata dagli attori nel teatro romano. Questa maschera non serviva soltanto a rappresentare un personaggio, ma anche ad amplificare la voce dell’attore, permettendo al pubblico di riconoscere immediatamente il ruolo interpretato.

Jung riprende questa metafora per descrivere un fenomeno psicologico universale: ogni individuo sviluppa una sorta di “volto sociale”, una modalità relativamente stabile di presentarsi al mondo.

All’interno della psicologia analitica, la Persona è definita come:

il sistema di adattamento o il modo attraverso cui l’individuo si rapporta al mondo esterno.

Essa nasce dalla necessità di mediare tra le esigenze dell’individuo e le richieste della collettività. Nessun essere umano può vivere completamente al di fuori delle norme sociali: per partecipare alla vita comunitaria è necessario assumere determinati ruoli, interiorizzare aspettative e sviluppare comportamenti coerenti con essi.

In questo senso la Persona è una struttura psichica inevitabile e, in una certa misura, necessaria.

La funzione adattiva della Persona

La Persona svolge una funzione fondamentale di adattamento sociale.

Attraverso di essa l’individuo:

  • si integra nella società

  • assume ruoli sociali riconoscibili

  • costruisce un’identità pubblica

  • protegge la propria interiorità

Un medico, un insegnante, un genitore, un terapeuta: ciascuno di questi ruoli implica un insieme di atteggiamenti, linguaggi e comportamenti che costituiscono una forma di Persona. Senza questa struttura sarebbe estremamente difficile orientarsi nella complessità delle relazioni sociali.

La Persona agisce quindi come una interfaccia psichica tra il mondo interno e quello esterno.

Non si tratta necessariamente di falsità o finzione. Al contrario, essa rappresenta una modalità legittima e spesso funzionale attraverso cui l’individuo si inserisce nella rete delle relazioni sociali.

Il rischio dell’identificazione con la Persona

Il problema psicologico emerge quando l’individuo si identifica completamente con la propria Persona.

Quando questo accade, il soggetto smette progressivamente di distinguere tra il ruolo che interpreta e la propria identità autentica. L’immagine sociale diventa allora una sorta di armatura che imprigiona la spontaneità e la complessità della psiche.

Jung osservava che questo fenomeno è particolarmente frequente nelle professioni caratterizzate da forte prestigio sociale o da ruoli altamente definiti. In tali situazioni l’individuo può arrivare a credere di essere interamente coincidente con la funzione che svolge.

Si genera così quella che Jung definiva una inflazione della Persona: la vita psichica si appiattisce sul ruolo sociale, mentre gli aspetti più profondi della personalità restano nell’ombra.

In termini clinici, questo squilibrio può condurre a:

  • senso di vuoto esistenziale

  • rigidità identitaria

  • crisi di senso

  • difficoltà relazionali profonde

Molte crisi di mezza età, secondo Jung, derivano proprio da questo processo: la Persona che ha funzionato per decenni improvvisamente non è più sufficiente a contenere la complessità della vita interiore.

Persona e Ombra: il necessario equilibrio

Nella struttura della psiche junghiana la Persona è strettamente collegata a un’altra dimensione fondamentale: l’Ombra.

Se la Persona rappresenta ciò che mostriamo al mondo, l’Ombra raccoglie invece tutti quegli aspetti della personalità che vengono repressi, negati o esclusi dall’immagine sociale.

La Persona seleziona ciò che è socialmente accettabile, mentre l’Ombra contiene ciò che non lo è.

Questo non significa che l’Ombra sia composta solo da contenuti negativi. Spesso essa custodisce anche potenzialità creative, emozioni autentiche e parti vitali della personalità che non hanno trovato spazio nell’identità pubblica.

Quando la Persona diventa troppo rigida, l’Ombra tende ad accumulare energia psichica, manifestandosi attraverso:

  • sintomi psicologici

  • sogni intensi

  • conflitti relazionali

  • comportamenti impulsivi

Il lavoro psicologico consiste quindi nel ridurre l’identificazione con la Persona e permettere un dialogo più consapevole con le parti ombra della psiche.

Il ruolo della Persona nel processo di individuazione

Nella prospettiva junghiana, lo sviluppo psicologico non consiste nell’eliminare la Persona, ma nel relativizzarla.

Questo processo fa parte di quello che Jung definiva processo di individuazione, ossia il cammino attraverso cui l’individuo diventa progressivamente se stesso.

Durante questo percorso la Persona viene riconosciuta per ciò che è: uno strumento utile, ma non l’essenza dell’identità.

L’individuo impara così a:

  • usare la Persona senza esserne dominato

  • riconoscere i propri ruoli senza identificarsi totalmente con essi

  • integrare aspetti inconsci della personalità

La maturità psicologica comporta quindi una maggiore flessibilità identitaria. L’individuo diventa capace di adattarsi ai contesti sociali mantenendo al tempo stesso un contatto autentico con la propria interiorità.

Implicazioni psicoterapeutiche

Dal punto di vista clinico, il lavoro sulla Persona rappresenta spesso una fase cruciale della psicoterapia. Molti pazienti arrivano in terapia proprio perché la loro identità pubblica non riesce più a sostenere il peso delle tensioni interne. Possono apparire perfettamente adattati dal punto di vista sociale, ma sperimentare un senso profondo di alienazione.

Il compito della psicoterapia non consiste nel distruggere la Persona, bensì nel renderla più permeabile e meno rigida. Questo avviene attraverso diversi passaggi:

  1. Riconoscimento dei ruoli interiorizzati
    Il paziente diventa consapevole delle immagini sociali con cui si identifica.

  2. Esplorazione dei contenuti rimossi
    Attraverso sogni, emozioni e narrazioni emergono parti della psiche escluse dalla Persona.

  3. Rinegoziazione dell’identità
    L’individuo impara a integrare nuove dimensioni della propria personalità.

Quando questo processo procede in modo efficace, la Persona si trasforma da maschera rigida in strumento flessibile di relazione. L’individuo non è più costretto a difendere un’immagine idealizzata di sé, ma può vivere le relazioni con maggiore autenticità e libertà.

Persona e autenticità: una tensione inevitabile

Il concetto junghiano di Persona mette in luce una tensione fondamentale della condizione umana: quella tra appartenenza sociale e autenticità individuale. Da un lato, la vita collettiva richiede ruoli e convenzioni; dall’altro, la psiche aspira a esprimere la propria unicità.

La maturità psicologica non consiste nello scegliere uno dei due poli, ma nel trovare un equilibrio dinamico tra essi. In questa prospettiva, la Persona non è un ostacolo alla realizzazione di sé, ma una soglia da attraversare. Solo riconoscendo la maschera possiamo infatti iniziare a scoprire il volto autentico che essa, per lungo tempo, ha protetto.

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martedì 3 marzo 2026

L’ipnosi progressiva in psicoterapia: una tecnica con un notevole potenziale d’efficacia terapeutica

 Visualizza il tuo futuro, trasforma ansia e insicurezze in fiducia e forza interiore

 

In ambito psicoterapeutico, le tecniche ipnotiche hanno da sempre suscitato interesse per il loro potenziale di modulare la percezione, le emozioni e il comportamento. Tra le più conosciute troviamo l’ipnosi regressiva, spesso divulgata attraverso numerosi libri e articoli accademici dedicati alla regressione d’età, utile per rivivere esperienze passate e rielaborarle in chiave terapeutica (Gentry, 2000). Tuttavia, meno nota ma altrettanto promettente è la ipnosi progressiva, o progressione d’età, che si concentra sul futuro del paziente piuttosto che sul passato.

Cos’è l’ipnosi progressiva

L’ipnosi progressiva è una tecnica in cui, attraverso uno stato di trance ipnotica guidata, il paziente viene proiettato mentalmente verso scenari futuri desiderati. Questa tecnica è spesso indicata come orientamento al futuro e differisce sostanzialmente dalla regressione d’età: mentre la regressione mira a rielaborare traumi o esperienze passate, la progressione consente al paziente di sperimentare in anticipo risorse, comportamenti e stati emotivi funzionali a un esito positivo (Phillips & Frederick, 1992).

In pratica, l’ipnoterapeuta guida il paziente a visualizzare un futuro ideale, facilitando la costruzione di nuove immagini mentali orientate alla soluzione. Queste immagini non sono solo immaginazione passiva: stimolano la mente a anticipare emozioni positive, strategie comportamentali efficaci e una maggiore sicurezza in sé stessi, aumentando la motivazione al cambiamento e il senso di autoefficacia.

Ambiti di applicazione clinica

L’ipnosi progressiva può risultare particolarmente utile in contesti di psicoterapia per:

  • Ansia e attacchi di panico: guidando il paziente a immaginare se stesso affrontare situazioni ansiogene con calma e sicurezza (Barrios & Hart, 2000).

  • Fobie specifiche: come la paura di volare, parlare in pubblico o esami clinici, dove la progressione permette al paziente di vivere mentalmente l’esperienza in modo positivo prima di affrontarla concretamente.

  • Depressione e bassa autostima: favorendo la visualizzazione di obiettivi raggiunti e la percezione di competenza personale, integrando tecniche di ristrutturazione cognitiva (Elkins et al., 2015).

  • Gestione dello stress e resilienza: stimolando la capacità di affrontare eventi futuri con maggiore controllo emotivo e adattamento funzionale.

Come si svolge una seduta di ipnosi progressiva

  1. Induzione dello stato ipnotico: il terapeuta conduce il paziente in uno stato di rilassamento profondo, utilizzando tecniche di respirazione, visualizzazioni guidate e focalizzazione dell’attenzione.

  2. Definizione degli obiettivi: si chiariscono le aree di interesse, come situazioni ansiogene, traguardi professionali o personali.

  3. Progressione guidata nel futuro: attraverso suggestioni verbali, il paziente si immagina in scenari futuri positivi, esplorando sensazioni, comportamenti e risorse interne.

  4. Rafforzamento dell’esperienza positiva: il terapeuta aiuta il paziente a consolidare le emozioni e le percezioni positive, creando una sorta di “allenamento mentale” pre-evento reale.

  5. Ritorno alla realtà e integrazione: si conclude la seduta con la gradualità, aiutando il paziente a integrare le esperienze mentali nel proprio quotidiano.

Benefici osservati e supporto scientifico

La letteratura suggerisce che l’ipnosi progressiva possa avere effetti concreti su:

  • Miglioramento della gestione dell’ansia e della paura (Barrios & Hart, 2000; Montgomery et al., 2010).

  • Incremento dell’autoefficacia percepita e della motivazione al cambiamento (Bandura, 1997).

  • Potenziale riduzione dei sintomi depressivi in contesti di psicoterapia breve integrativa (Elkins et al., 2015).

  • Supporto nel trattamento di fobie specifiche, anche quando l’esposizione reale è difficile o impossibile (Alladin, 2008).

È importante sottolineare che l’efficacia della tecnica dipende dalla competenza dell’ipnoterapeuta, dall’adeguata scelta delle suggestioni e dalla capacità del paziente di entrare in uno stato di trance sufficientemente profondo. La progressione d’età deve essere condotta in modo etico, rispettando la volontà e il ritmo del paziente.

Collegamenti con la pratica psicoterapeutica

L’ipnosi progressiva si integra bene in diversi approcci psicoterapeutici:

  • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): potenzia l’uso di visualizzazioni positive per modificare schemi cognitivi disfunzionali.

  • Terapia breve strategica: permette di creare “simulazioni future” per sperimentare soluzioni efficaci prima di agire nella realtà.

  • Approcci integrativi e psicodinamici: favorisce la connessione tra desideri consci e risorse inconsce, aumentando la motivazione al cambiamento.

Inoltre, la tecnica può essere particolarmente utile in percorsi brevi o mirati, dove il tempo clinico è limitato ma si desidera un impatto rapido sulla percezione di autoefficacia e sulle emozioni funzionali del paziente.

L’ipnosi progressiva rappresenta una risorsa potente e ancora poco esplorata in psicoterapia. Oltre a fornire benefici immediati nella gestione di ansia, fobie e bassa autostima, offre ai pazienti la possibilità di sperimentare mentalmente un futuro positivo, aumentando le risorse interne e la fiducia in sé stessi. L’integrazione di questa tecnica all’interno di un percorso terapeutico, se condotta in modo etico e competente, può potenziare l’efficacia complessiva della psicoterapia.

Per chi fosse interessato a sperimentarla, anche in percorsi brevi, è possibile approfondire l’uso clinico della tecnica in contesti di ipnoterapia e psicoterapia integrativa.



PER INFORMAZIONI:

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Dott. Antonello Viola

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Bibliografia

  • Alladin, A. (2008). Cognitive Hypnotherapy: An Integrated Approach to the Treatment of Emotional Disorders. Wiley.

  • Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. W.H. Freeman.

  • Barrios, F., & Hart, J. (2000). Hypnosis for anxiety: A review of mechanisms and clinical applications. International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 48(2), 117–135.

  • Elkins, G., Barabasz, A., Council, J., & Spiegel, D. (2015). Advances in Hypnosis for the Treatment of Depression. American Journal of Clinical Hypnosis, 57(1), 1-27.

  • Gentry, J. E. (2000). The Clinical Use of Regression in Hypnotherapy. International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 48(1), 1–12.

  • Phillips, M., & Frederick, C. (1992). The Use of Hypnotic Age Progressions as Prognostic, Ego-Strengthening, and Integrating Techniques. American Journal of Clinical Hypnosis, 35, 95–108.

  • Manca Uccheddu, O., & Viola, A. (2005). Ipnosi e Suggestione in Psicoterapia. Giuffrè Editore, Milano.

  • Montgomery, G. H., Schnur, J. B., & David, D. (2010). The impact of hypnotic suggestibility in clinical settings. International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 58(3), 294–309.

giovedì 26 febbraio 2026

COME GLI SMARTPHONE INFLUENZANO IL CERVELLO

Cosa accade davvero a attenzione, sonno, emozioni e sviluppo quando uno smartphone entra troppo presto nella vita di un bambino

In questo articolo condivido le informazioni e le raccomandazioni recentemente diffuse dall’Institute of Child Psychology (Leduc, Alberta, Canada), perché offrono uno sguardo chiaro e basato su evidenze sugli effetti negativi dell’uso degli smartphone nei bambini (e non solo, alcuni di questi effetti riguardano anche gli adolescenti e gli adulti). Le ricerche richiamate mostrano come l’esposizione precoce e prolungata agli schermi possa interferire con lo sviluppo cerebrale, la regolazione emotiva, l’attenzione, il sonno e la capacità di autoregolarsi, delineando un quadro che merita attenzione sia educativa sia clinica.

Queste indicazioni non rappresentano allarmismi, ma un invito a comprendere meglio l’impatto neurobiologico e psicologico della tecnologia nelle prime fasi della vita, così da orientare scelte più consapevoli nella crescita dei bambini e nella costruzione di ambienti digitali più sani.

 

Come gli smartphone influenzano il cervello
(e perché dovremmo aspettare prima di darli ai nostri figli)

 @instituteofchildpsych

 

Riduzione della concentrazione cognitiva e del controllo degli impulsi

Il tempo trascorso davanti allo schermo abitua il cervello a ricercare gratificazione immediata, rendendo sempre più difficile per i bambini concentrarsi su attività che richiedono attenzione prolungata.

La corteccia prefrontale, coinvolta nel controllo degli impulsi e nella regolazione emotiva, dipende dalle connessioni della sostanza bianca per funzionare correttamente. Un uso eccessivo degli schermi può indebolire queste connessioni, rendendo i bambini più impulsivi.

Negli Stati Uniti, il possesso di smartphone tra i bambini è aumentato nel corso degli anni. Un sondaggio del 2024 ha rilevato che il 62% dei genitori ha dichiarato che i propri figli possiedono un cellulare personale.

Inoltre, le ricerche indicano che all’età di 12 anni, circa il 71% dei bambini possiede uno smartphone.

 

Aumento del rischio di disturbi dell’attenzione

Gli studi hanno collegato l’uso prolungato dello smartphone a un aumento del rischio di disturbi dell’attenzione. Il flusso costante di informazioni e il rapido passaggio tra le app possono rendere difficile per i bambini concentrarsi su compiti che richiedono attenzione profonda, come leggere o fare i compiti.

Questo schema di distrazione imita i sintomi dell’ADHD, rendendo più difficile sviluppare pazienza e attenzione sostenuta.

 

Disturbi del sonno

Gli smartphone emettono luce blu, che sopprime la melatonina, l’ormone che regola i cicli sonno-veglia. Livelli più bassi di melatonina rendono più difficile addormentarsi. Livelli elevati di cortisolo impediscono inoltre ai bambini (e agli adulti) di mantenere cicli di sonno profondo, disturbando i ritmi naturali del sonno.

 

Ansia e cortisolo

L’esposizione costante agli stimoli digitali può mantenere il cervello in uno stato di stress elevato, aumentando i livelli di cortisolo (ormone dello stress) e portando ad ansia cronica. I bambini sempre connessi ai loro dispositivi possono avere difficoltà a rilassarsi, rendendo più difficile gestire efficacemente le emozioni.

 

Sviluppo cerebrale ritardato

Nei bambini piccoli (0-5 anni), un uso eccessivo degli schermi è stato collegato a un ritardo nello sviluppo della sostanza bianca, che può influire su problem-solving, abilità sociali e autoregolazione.

Secondo uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics, i bambini con alta esposizione agli schermi mostravano vie della sostanza bianca meno sviluppate, in particolare nelle aree legate al linguaggio e alle funzioni esecutive (regolazione emotiva, pensiero critico, pianificazione, capacità decisionale).

 

Preparare i bambini alla dipendenza

L’uso eccessivo del cellulare è stato collegato a comportamenti di tipo dipendente. Quando si usano gli smartphone viene rilasciata dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere e alla ricompensa. Questo rilascio rinforza l’uso dello smartphone — come ottenere un piccolo “sballo” a ogni utilizzo.

La dott.ssa Anna Lembke, esperta di dipendenze alla Stanford University, osserva che gli smartphone possono renderci dei “drogati di dopamina”, con ogni interazione che alimenta l’abitudine.

 

Raccomandazioni sull’uso del telefono

  • Se ti preoccupa il fatto di poter contattare tuo figlio/a, prendigli un “telefono semplice” (solo chiamate e SMS, senza internet e senza app).
  • Nessuno smartphone prima dei 14 anni (almeno).
  • Nessun social media prima dei 16 anni (almeno).

 

E’ importante sottolineare che molte di queste evidenze non riguardano solo l’età evolutiva: gli stessi meccanismi neurobiologici, dalla dopamina al cortisolo, fino alla qualità del sonno e alla capacità attentiva, coinvolgono anche l’adulto, che può sperimentare effetti simili in presenza di un uso eccessivo dello smartphone. In questo senso, ciò che osserviamo nei bambini è spesso una versione amplificata di dinamiche che toccano l’essere umano in tutte le fasi della vita.

 

Fonti Bibliografiche

  • https://hms.harvard.edu/
  • Lin HM, Chang YT, Chen MH, Liu ST, Chen BS, Li L, Lee CY, Sue YR, Sung TM, Sun CK, Yeh PY. Correlati neurali strutturali e funzionali negli individui con uso eccessivo dello smartphone: una revisione sistematica e meta-analisi. Int J Environ Res Public Health. 2022
  • Al-Amri A, Abdulaziz S, Bashir S, Ahsan M, Abualait T. Effetti della dipendenza da smartphone sulla funzione cognitiva e sull’attività fisica nei bambini delle scuole medie: uno studio trasversale. Front Psychol. 2023
  • Ding, K., Shen, Y., Liu, Q., & Li, H. (2024). Gli effetti della dipendenza digitale sulla funzione e sulla struttura cerebrale di bambini e adolescenti: una revisione esplorativa. Healthcare, 12(1), 15.
  • Takeuchi, H., Taki, Y., Hashizume, H., Asano, K., Asano, M., Sassa, Y., & Kawashima, R. (2015). Impatto dei videogiochi sulla struttura e funzione cerebrale nei giovani adulti sani. Molecular Psychiatry.

 

 

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