giovedì 5 febbraio 2026

L’amore romantico: perché una delle dimensioni esistenziali che maggiormente dovrebbero costituire fonte di felicità spesso si trasforma in una penosa sorgente d’angoscia?


Rileggere oggi questo articolo, che ho scritto molti anni fa, nel 2004, significa tornare a confrontarsi con una domanda che attraversa epoche e generazioni: perché ciò che dovrebbe essere una delle principali fonti di felicità si trasforma così spesso in una sorgente di angoscia? Nel tempo, nulla sembra aver attenuato la complessità dell’amore romantico; anzi, la confusione contemporanea attorno ai sentimenti e alle relazioni rende ancora più urgente distinguere ciò che chiamiamo “amore” da ciò che, in realtà, ne è soltanto un’imitazione.

Queste pagine nascevano, e continuano a nascere, dall’esigenza di fare chiarezza, di restituire all’amore la sua profondità psicologica e umana, liberandolo dalle illusioni narcisistiche, dalle idealizzazioni e dalle aspettative irrealistiche che spesso lo deformano. L’amore autentico non coincide con la fusionalità, né con il bisogno di essere completati o rispecchiatinon è un idillio, né una promessa di perfezione. È piuttosto la capacità di attraversare differenze, conflitti e disillusioni senza smarrire la propria integrità e senza negare quella dell’altro.

Ripropongo questo testo perché, nonostante il tempo trascorso, le dinamiche che descrive restano sorprendentemente attuali: la fragilità del sé, la ricerca di conferme, la difficoltà di tollerare il conflitto, la tendenza a confondere l’amore con le sue forme più immature. E perché continua a ricordare che l’amore vero non è un’emozione passeggera, ma un incontro tra due soggettività capaci di riconoscersi nella loro irripetibile unicità, senza pretendere di annullarsi o di completarsi a vicenda.


L’amore romantico: 
perché una delle dimensioni esistenziali che maggiormente dovrebbero costituire fonte di felicità spesso si trasforma in una penosa sorgente d’angoscia? 
di Antonello Viola, (2004).

 

 Tutto si potrebbe dire dell’amore, e tantissime cose sono state dette, ma una in particolare (che condivido pienamente) mi è rimasta particolarmente impressa: Anthony De Mello, psicologo e gesuita, affermava che si può parlare con maggior precisione di ciò che l’amore non è piuttosto di ciò che l’amore sia, poiché la sua intima essenza non è esprimibile a parole.

Si fa molta confusione, soprattutto in tempi recenti, sulla dimensione ed il significato dell’amore, e spesso si finisce per confondere una relazione passionale e idilliaca (quella che gli inglesi e gli americani chiamano “flirt”) con il vero amore. La verità è che in molti casi si finisce per confondere il vero amore con ciò che potrebbe essere meramente definito come “pseudoamore”, ovvero un conglomerato di proiezioni narcisistiche in cui il partner veniva vissuto come un’estensione o un rispecchiamento del proprio sé. In questi casi in pratica si viveva nell’ambito di una illusione, che come tale è destinata a svanire: questo distingue il vero amore da uno “pseudoamore”, poiché il vero amore non si ferma all’illusione, bensì mette radici e cresce come un albero rigoglioso.

Ogni unione ha una storia a sé e dovrebbe essere considerata nella sua specificità, ma è pur vero che imprescindibilmente (anche dopo lunghi anni) quando in un’unione sentimentale si insinuano degli elementi di rottura, probabilmente qualcosa di disfunzionale è emerso nell’ambito di una o di tutte e due le personalità nella coppia. Ma ciò che distingue un vero amore da uno fittizio è pure la capacità di superare i processi disfunzionali e i conflitti attraverso la negoziazione e il confronto aperto, superando le posizioni egocentriche ed egoistiche o le tendenze simbiotiche.

 

Il vero amore non fallisce, e questo non è soltanto un mito (come alcuni teorici o intraprendenti cervelli ben pensanti allucinati da bieche suggestioni contemporanee vorrebbero far credere), ma una profonda verità.


E’ molto difficile parlare dell’amore, anche perché è così semplice ma allo stesso tempo molto complesso: l’amore è in tutto, essendo l’essenza dell’universo, quindi l’elemento essenziale dell’esistenza. Forse è così difficile parlarne compiutamente, essendo esso qualcosa di immenso ma allo stesso tempo di estremamente semplice.

Ma certamente possiamo renderci conto con certezza di cosa l’amore non sia.

 L’amore non è certamente l’illusione che la persona che "amiamo" soddisferà i nostri bisogni e i nostri desideri fondamentali, o che si comporterà esattamente come piace a noi: questa sarebbe soltanto una proiezione del proprio sé, un amore narcisistico in cui nel partner in fondo si ricerca la propria immagine, o sul quale si proiettano delle strutture non integrate della propria personalità disarmonica. Tutti sappiamo che l’innamoramento segue entro ampi margini una dinamica precisa: dalla illusione della fusionalità con il proprio partner e l’interesse ossessivo per questa persona, alle aspettative irrealistiche che questo possa corrisponderci in tutto, fino alle ampie proiezioni del proprio sé su quello del partner: in definitiva un partner che viene un po’ vissuto come una estensione del proprio sé.

Kubie, un celebre psicoanalista diceva che l’innamoramento è la beatificazione di uno stato ossessivo tendenzialmente delirante, caratterizzato dal predominio di fattori inconsci sulla sfera consapevole dell’individuo, che si estrinsecano con massive proiezioni reciproche fra gli stessi innamorati. In effetti tutto ciò è vero, l’innamoramento è una fase caratterizzata da tutti questi tratti, e oltremodo da significative alterazioni ormonali, comunque tutte cose che non possono perdurare a lungo. Tutto questo in effetti, nella condizione di salute (e qui intendiamo in una condizione in cui le personalità dei partner siano sufficientemente integrate, differenziate ed individuate, e dotate di un livello sufficiente di autostima) dovrebbe costituire soltanto uno stadio transitorio, il cui superamento dipende in larga misura dalla struttura delle personalità coinvolte. All’illusione dell’innamoramento segue sempre la disillusione: perché emergono le differenze, perché cade l’ideale della relazione simbiotica, perché svanisce la magia dell’alterazione ormonale, perché le differenze fanno emergere i primi conflitti.

E’ proprio a questo punto che entra effettivamente in gioco il vero significato e la reale forza dell’amore, l’attendibilità del vero sentimento e la solidità della relazione. Una personalità scarsamente differenziata ed individuata in un sé scarsamente integrato e armonico, e caratterizzata da una bassa autostima, avrà poche probabilità di superare questa fase, la fase della cosiddetta

disillusione e miseria”: infatti difficilmente riuscirà a tollerare l’emergere delle differenze e le frustrazioni derivanti dalla delusione delle aspettative da parte del partner. Quando un sé è scarsamente differenziato e integrato (e questo dipende in larga misura dal decorso delle fasi dello sviluppo individuale, dall’infanzia all’adolescenza, e dalla conseguente interiorizzazione di modelli operativi interni che possono essere funzionali o disfunzionali, oltre che dalla interiorizzazione di oggetti interni buoni e contenitivi, ovvero rappresentazioni di figure ad elevato valore affettivo, come ad esempio i genitori, che abbiano costituito una base affettiva sicura, responsiva, protettiva e gratificante) difficilmente riuscirà a tollerare l’ambivalenza (i sentimenti di amore ma pure di aggressività rivolti al partner, e sempre presenti) nella relazione, o anche la delusione derivante dalla frustrazione delle proprie aspettative (di rispecchiamento narcisistico) da parte del partner.

E’ proprio qua che in genere cade tutto ciò che si pensava fosse amore (ma che in realtà non lo era). Tutto questo naturalmente può succedere in conseguenza della struttura di personalità di uno dei partner, o di entrambi: a volte tutti e due, altre volte fondamentalmente uno. Le personalità con scarsa autostima spesso ricercano delle relazioni simbiotiche, fusionali, in cui inconsciamente riescano a ricreare col partner il legame simbiotico madre-bambino, e nelle quali possano sentirsi approvate, protette e rassicurate, illudendosi in maniera precaria e regressiva di un’esistenza autonoma, che in effetti non lo è, né mai lo sarà, poiché queste personalità saranno estremamente dipendenti dal loro patner, e al di fuori di questo tipo di relazioni si sentiranno insicure, fragili e invase dall’ansia. Nel momento in cui emergono le differenze (che inevitabilmente prima o poi vengono sempre alla luce) o nel momento in cui ci si sente contrariati o delusi, allora crolla tutto, “si frantuma l’amore”, che in effetti amore non è mai stato, ma che in realtà era soltanto un attaccamento narcisitico alla propria immagine proiettata su quella di un’altra persona, la quale avrebbe dovuto rispecchiare il sé del partner o eventualmente completarlo nelle proprie carenze (in questo caso ci si innamora illusoriamente di una persona dalla quale ci si attende, più o meno inconsciamente, una compensazione delle proprie carenze).

Ecco perché molti pseudoamori si frantumano, ecco perché sono frequenti i casi di persone che cambiano partner quasi come la biancheria intima, e ripetono un copione trito e ritrito, senza rendersi conto che la dinamica dei fatti e del loro fallimento relazionale è da ricercarsi nella struttura della loro personalità.

Spesso la scelta del partner è guidata da pressioni inconsce per cui il partner dovrebbe costituire una sorta di contenitore dell’immagine del genitore di sesso opposto, interiorizzata durante i primi stadi dello sviluppo. Altre volte un particolare partner viene scelto (sempre sotto la scorta di forti pressioni

inconsce) poiché risponde a delle caratteristiche specifiche che consentono alla persona di riprodurre con esso un copione nevrotico e irrisolto, che appartiene alla famiglia di origine. I modelli relazionali disfunzionali interiorizzati dalla famiglia d’origine vengono riproposti e riprodotti col partner scelto (adatto a tale scopo grazie alle sue specifiche caratteristiche), nel tentativo inconscio di risolverli. Altre volte un partner viene scelto perché possiede delle caratteristiche che costituiscono l’ideale dell’Io che la persona vorrebbe possedere perché gli mancano (e che in conseguenza della bassa autostima crede di non poter raggiungere), quindi un partner che inconsciamente metta a tacere la sottostante mancanza di autostima personale e costituisca un fittizio completamento del proprio sè carente. Quando la scelta di un partner viene guidata da questi modelli latenti, spesso insorgono notevoli problemi relazionali, che frequentemente non si riesce a superare. Ma sotto tutto ciò non stava sicuramente ciò che potremmo definire amore, ma un sentimento carico di aspettative irrealistiche, di desideri insoddisfatti o repressi, forse un affetto idilliaco, ma non certo un vero amore.

L’amore realistico non è l’illusione della fusionalità e del rispecchiamento, ma è piuttosto l’affetto profondo, la stima e il rispetto per il del partner nella sua unicità e irripetibilità. Il matrimonio frequentemente comporta una modificazione relazionale nella coppia, e una vera e propria sfida alla stabilità della relazione. Nell’ambito dell’unione matrimoniale spessissimo il livello qualitativo della relazione si trasforma, ed emergono tratti caratteriali che in una fase precedente erano rimasti latenti: in parole molto semplici, nell’ambito del matrimonio le persone si rivelano per quello che effettivamente sono. E’ per questo che il matrimonio costituisce una vera e propria sfida, che richiede un buon margine di tolleranza e flessibilità, una personalità integrata e stabile, che sia in grado di tollerare la tensione dei conflitti (che inevitabilmente emergono) e la capacità di negoziare le soluzioni ai contrasti che possono essere determinati dalle più svariate cause, intrinseche alle varie fasi dei cicli evolutivi familiari, o alle caratteristiche individuali dei partner, oltre che una sufficiente apertura e delle buone e flessibili capacità comunicative.

Certamente le personalità disfunzionali non sono in grado di tollerare il conflitto, perché per queste persone conflitto significa mettere in gioco il proprio sé (scarsamente integrato) e la propria autostima (carente); conflitto per queste persone significa dover definire la propria relazione o il proprio sé nell’ambito della relazione (quindi assumersi delle responsabilità, che il proprio Io immaturo o disarmonico non può tollerare), e questo per esse comporterebbe un livello di angoscia intollerabile, poiché il conflitto farebbe emergere delle differenze che la personalità disfunzionale non vuole né vedere né percepire, in quanto differenza costituirebbe la negazione della propria illusione simbiotica e narcisistica con il partner. Una relazione eccessivamente simbiotica è sempre disfunzionale e non può che condurre alla strutturazione di una famiglia anch’essa disfunzionale, in cui il livello d’ansia sarà altissimo e fluttuante. Nelle famiglie disfunzionali il conflitto non emerge mai, ogni conflitto viene soffocato e mascherato, o deviato sui figli, o su terze persone esterne al contesto familiare, e prima o poi emergeranno dei sintomi o si arriverà alla rottura del sistema familiare.

Vi siete mai chiesti perché certe persone non sono capaci di tollerare il conflitto o il “litigio” (e con ciò voglio semplicemente riferirmi a uno scambio corretto di opinioni, anche acceso e crudo ma corretto)? Il motivo è più semplice di quanto si possa pensare, e l’ho già accennato: il conflitto (o il litigio) verte intorno alla emersione di differenze, e la differenza è intollerabile per una personalità disfunzionale e con un sé scarsamente integrato. Per queste persone il litigio è insostenibile in quanto veicola ciò che in fondo non possono tollerare: la differenziazione, l’individuazione, l’emersione di differenze che significano il naufragio dell’ideale della relazione simbiotica (ideale che può essere conscio o inconscio).

Una coppia funzionale riesce a gestire il conflitto, a confrontarsi nel conflitto, a tollerare le proprie differenze, a negoziare le soluzioni, a riconoscere l’individualità del partner e la propria individualità, e non pretende di condividere tutti i gusti e tutte le esperienze, ma gode della condivisione del piacere dell’esperienza del partner: questi dovrebbero essere i tratti salienti di un amore realistico e maturo, non egoistico. Un amore maturo e realistico potrebbe essere rispecchiato dalla percezione reciproca riflessa nelle seguenti parole: “Io ti amo per quello che sei nella tua unicità, e quando ti do qualcosa non lo faccio per ricevere, né quando mi darai qualcosa mi sentirò in debito, neppure quando ti arrabbierai con me sentirò che non mi ami più, e neanche quando ti allontanerai da me mi sentirò vuoto o tradito, perché sono certo della tua fedeltà, di cui tu mi dai prova, e del tuo ritorno”.

Amore significa anche coltivare il pensiero del partner nella propria interiorità, e quando questa è una condizione reale và da sé che ciascuno si dimostrerà presente nella vita dell’altro. Un mio buon maestro un giorno ha detto: “Tutto termina nel momento in cui si smette di pensarcisi”. Questo è un pensiero che mi sento di condividere in larga misura: ovviamente quando si ama una persona, questa persona è sempre presente nella nostra interiorità, e questo può avvenire soltanto quando si tratta di un amore maturo, reale, quindi stabile e durevole. Avete presente l’amore per la mamma, la “mamma sufficientemente buona” (come la intendeva Winnicott, un celebre psicoanalista del secolo scorso), cioè quella mamma che è stata in grado di assistere amorevolmente e con devozione, con profonda responsività e dedizione sincera il proprio bambino? Perché questo genere di mamma si ama per tutta la vita (amore puro e profondo, stabile e duraturo), e come tale la si pensa amorevolmente per tutta la vita? Perché l’amore della mamma sufficientemente buona è un vero amore, un amore sincero e reale, disinteressato, devoto, un amore che pervade l’essere del bambino, e che viene interiorizzato in maniera così profonda che il bambino prima, e poi l’adulto, non potrà fare a meno di pensarla e di amarla altrettanto sinceramente, e anche quando non sarà più presente o in sua assenza, sarà come se fosse sempre presente e viva, essendo viva nella propria realtà psichica. Ecco l’esempio del vero amore (che vuole solo essere un esempio, per rendere l’idea). Traslatelo all’amore nella situazione di coppia: perché il vero amore non può morire? Perché pervade l’essere, perché è infinito, perché è disinteressato e umile, perché è fedele e coerente (“non posso tradirti, perché se lo facessi tradirei il mio essere profondo, e se solo lo facessi poi mi sentirei uno straccio”).

Si potrebbero dire tante altre cose su ciò che l’amore non è, ma non voglio aggiungere altro sull’argomento Amore (che è l’essenza più o meno celata in ciascuno di noi) ritenendo di aver già fornito alcuni utili e fondamentali spunti di riflessione. Vorrei concludere comunque osservando che bisognerebbe stare certo più attenti con l’utilizzo del termine “Amore”: spesso sentiamo dire “io amavo………è stato un grande amore ma poi è finito…..il mio ex amore…….i miei tanti amori………mi piace amare ma poi finisce…….” e così via. Ma siamo davvero certi che fosse “Amore”? Viviamo in un’era di grande confusione e naufragio di valori essenziali. Ritengo che spesso sarebbe meglio usare termini più adatti come “idillio”, oppure il termine all’inglese “flirt”, o ancora “avventura, amicizia, sentimento, affetto”, tutti termini certamente e più opportunamente generici. Ma per favore non usate a sproposito quella bellissima parola, che è pure unica, cioè “Amore”; perché l’Amore, per citare i versi di una persona molto autorevole, l’Amore è molto diverso dalla banalità:

“... L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine”   S. Paolo


PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com

lunedì 2 febbraio 2026

La lezione di Freud: non siamo padroni in casa nostra

 LA LEZIONE DI FREUD: NON SIAMO PADRONI "IN CASA NOSTRA"

Se c’è una sola, vera, irriducibile lezione che Sigmund Freud ha consegnato alla cultura occidentale, non è l’Edipo, non è la sessualità infantile, non è il lettino né l’interpretazione dei sogni. È qualcosa di molto più scomodo, radicale e ancora oggi destabilizzante: l’essere umano non coincide con ciò che pensa di essere.

Freud ha incrinato per sempre l’idea illuministica di un soggetto trasparente a se stesso, razionale, padrone delle proprie intenzioni. Dopo Copernico, che ci ha tolto dal centro dell’universo, e Darwin, che ci ha tolto dal trono della creazione, Freud ha compiuto la terza ferita narcisistica: ci ha tolto il controllo della nostra stessa mente.

L’inconscio: non un luogo oscuro, ma una logica altra

L’inconscio freudiano non è un “magazzino di traumi” né un contenitore di istinti primitivi. È, prima di tutto, una forma di funzionamento psichico.

Una logica diversa da quella della coscienza: non lineare, non cronologica, non morale, non razionale.

Sogni, lapsus, sintomi, dimenticanze, scelte apparentemente “inspiegabili” non sono errori del sistema: sono il sistema che parla. Freud ci ha insegnato che ciò che chiamiamo “disturbo” spesso è una soluzione psichica, un compromesso intelligente, anche se doloroso, tra desideri, divieti, legami e storia personale.

Il sintomo come messaggio, non come nemico

Qui sta uno dei lasciti più rivoluzionari: il sintomo non è qualcosa da eliminare in fretta, ma qualcosa da comprendere. Dietro un’ansia, una fobia, un’ossessione, una depressione, Freud vedeva:

  • un conflitto

  • una rinuncia

  • un desiderio non riconosciuto

  • una lealtà invisibile

  • una storia che cerca parola

Il sintomo è una verità che ha trovato una forma sbagliata per dirsi. Questa idea, oggi data per scontata in moltissimi approcci psicoterapeutici, nasce lì.


La psicoanalisi come etica dell’ascolto

Freud non ci ha lasciato solo una teoria, ma un metodo e un’etica. L’idea che: la parola abbia un potere trasformativo, il senso emerga nel tempo, la cura non consista nel “correggere” ma nel comprendere, il terapeuta non sia un tecnico che aggiusta, ma un testimone che ascolta L’attenzione fluttuante, l’astensione dal giudizio, la sospensione delle risposte rapide: tutto questo ha inciso profondamente non solo sulla clinica, ma sul modo stesso di stare in relazione con l’altro.

Il disagio non è un difetto individuale

Un altro punto di enorme attualità: Freud non ha mai letto la sofferenza psichica come un semplice problema individuale. Ne Il disagio della civiltà ci consegna un’intuizione ancora bruciante: la sofferenza nasce spesso dal conflitto tra ciò che siamo e ciò che la società ci chiede di essere. La cultura, le norme, i legami, le aspettative sociali entrano nella psiche, la strutturano, la feriscono, la contengono. Il Super-io non è solo interno: è storia, educazione, cultura interiorizzata.

Perché Freud ci disturba ancora

Freud continua a disturbare perché:

  • non promette felicità

  • non offre soluzioni rapide

  • non riduce l’essere umano a un algoritmo

  • non separa mente, corpo, storia e desiderio

Ci ricorda che conoscersi è un processo lungo, spesso faticoso, mai del tutto concluso. E che crescere non significa eliminare il conflitto, ma imparare a sostenerlo senza distruggersi.

La lezione finale

Se dovessimo condensare tutto in una sola frase, potrebbe essere questa:

L’essere umano è più profondo delle proprie spiegazioni, e la verità di sé non si impone: si ascolta.

Questa è la lezione fondamentale e unica di Freud. Ed è una lezione che, a distanza di oltre un secolo, continua a interrogarci, proprio perché non cerca di consolarci, ma di renderci un po’ più consapevoli.

La lezione di Freud nella pratica psicoterapeutica

Accogliere fino in fondo la lezione di Freud significa accettare che la psicoterapia non è un percorso di normalizzazione, né un addestramento al benessere, né una tecnica di ottimizzazione dell’individuo. È, prima di tutto, un lavoro di incontro con ciò che in noi non è immediatamente disponibile alla coscienza.

In terapia, questo si traduce in una postura fondamentale: non si parte da ciò che il paziente dovrebbe essere, ma da ciò che è, compreso ciò che resiste, che si ripete, che sembra “andare contro” il suo stesso desiderio dichiarato.

Dal controllo alla comprensione

Molti pazienti arrivano in terapia con una richiesta implicita di controllo:
“Voglio smettere di sentirmi così”, “Voglio eliminare questo sintomo”, “Voglio tornare come prima”. La lezione freudiana invita invece a un passaggio decisivo: dal controllo alla comprensione. Quando il sintomo viene ascoltato, e non semplicemente combattuto, accade qualcosa di profondamente trasformativo: il paziente inizia a riconoscere che una parte di sé sta cercando una soluzione, non una punizione. Questo non significa idealizzare la sofferenza, ma restituirle dignità di senso.

Il tempo della psiche e il rispetto del processo

Freud ci ha insegnato che la psiche ha un tempo proprio, spesso incompatibile con l’urgenza della società contemporanea. In psicoterapia questo implica accettare che:

  • il cambiamento non è lineare

  • le ricadute non sono fallimenti

  • la ripetizione è una forma di linguaggio

Il lavoro terapeutico diventa allora un accompagnamento nel processo di simbolizzazione: trasformare ciò che agisce nel corpo o nel sintomo in qualcosa che può essere pensato, nominato, condiviso.

La relazione come spazio di verità

Un’altra implicazione cruciale riguarda la relazione terapeutica. Freud ha mostrato che il passato non resta nel passato: si riattiva nella relazione, soprattutto nel transfert. Questo rende la terapia uno spazio unico, in cui il paziente non racconta soltanto la propria storia, ma la rivive, questa volta in un contesto che può essere osservato, compreso, elaborato. La relazione non è quindi un semplice veicolo della tecnica: è il luogo stesso in cui il cambiamento prende forma.

Dalla colpa alla responsabilità

Un punto spesso frainteso riguarda la responsabilità. Dire che non siamo pienamente padroni di noi stessi non significa deresponsabilizzare il paziente. Al contrario. La psicoterapia, nella scia di Freud, accompagna un passaggio sottile ma decisivo:

  • dalla colpa (“c’è qualcosa di sbagliato in me”)

  • alla responsabilità soggettiva (“questa è la mia storia, e posso farci qualcosa”)

Responsabilità non come autocontrollo forzato, ma come presa di parola su ciò che ci abita.

La cura come ampliamento della libertà

Alla fine, la lezione freudiana in psicoterapia può essere riassunta così:
la cura non elimina l’inconscio, non cancella il conflitto, non promette armonia permanente. Ma può fare qualcosa di forse più prezioso: ampliare il margine di libertà del soggetto. Libertà di:

  • riconoscere i propri desideri

  • tollerare l’ambivalenza

  • sottrarsi alle ripetizioni cieche

  • scegliere, almeno in parte, come stare nella propria storia

Una conclusione aperta

Freud non ci ha insegnato come essere felici. Ci ha insegnato come ascoltarci senza mentire a noi stessi. In psicoterapia, questa lezione diventa un invito radicale: smettere di chiedere alla mente di essere semplice, coerente, performante, e iniziare a riconoscerne la complessità, le contraddizioni, la profondità. È in questo spazio fragile, imperfetto, ma autentico, che può nascere una trasformazione reale.

Non una guarigione intesa come ritorno a un ideale, ma una forma più abitabile di sé.  


PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com

sabato 31 gennaio 2026

Angoscia e panico, due esperienze diverse della paura: capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

 

Angoscia e panico: due esperienze diverse della paura

Capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

Angoscia e Panico-Psicoterapia Disturbi Ansia-Psicologi Cagliari Dott. Antonello Viola


Perché è importante distinguere

Nel linguaggio quotidiano angoscia e panico vengono spesso confusi.
Eppure, per chi li vive e per chi li cura, non sono la stessa cosa. Distinguerli non è un esercizio teorico:

  • per il paziente, significa smettere di sentirsi “impazzito”

  • per il clinico, significa orientare correttamente la comprensione e il trattamento

Angoscia e panico sono due modalità profondamente diverse con cui la psiche segnala il pericolo.


Che cos’è l’angoscia

L’angoscia è uno stato emotivo di tensione e allarme, spesso difficile da definire a parole. Non ha sempre un oggetto chiaro (“non so di cosa ho paura”), ma ha una funzione precisa.

Dal punto di vista psicologico

L’angoscia è un segnale. Avverte che qualcosa, dentro o fuori di noi, sta diventando minaccioso per l’equilibrio psichico. Freud la definiva una sorta di campanello d’allarme dell’Io: un avviso che permette di prepararsi, difendersi, evitare, pensare.

Come si manifesta

  • inquietudine costante

  • tensione interna

  • apprensione

  • ipervigilanza

  • difficoltà a rilassarsi

L’angoscia fa soffrire, ma lascia ancora spazio al pensiero, alla parola, alla relazione. È un’emozione penosa, ma ancora mentalizzabile.


Che cos’è il panico

Il panico è un’esperienza completamente diversa. Non è un aumento dell’angoscia: è un salto di livello.

Dal punto di vista psicologico

Il panico si presenta come un evento improvviso, travolgente, che dà la sensazione di perdere il controllo del corpo e della mente. È come se il sistema di allarme scattasse troppo tardi o troppo forte, senza più possibilità di regolazione.

Come si manifesta

  • tachicardia intensa

  • fame d’aria

  • vertigini

  • sudorazione

  • derealizzazione o depersonalizzazione

  • paura di morire, svenire o impazzire

Nel panico: il corpo prende il comando, il pensiero si blocca, il tempo sembra fermarsi. Non è un segnale: è un’inondazione.


La differenza fondamentale

Una formula semplice ma clinicamente molto utile è la seguente: l’angoscia avverte, il panico travolge

AngosciaPanico
È un segnale                È una crisi
È anticipatoria                È improvvisa
Lascia spazio al pensiero                Blocca il pensiero
È modulabile                È disorganizzante
Coinvolge mente e corpo                Il corpo prende il sopravvento


Cosa accade sul piano profondo

Dal punto di vista psicodinamico, la differenza è cruciale:

  • nell’angoscia, l’Io è ancora attivo

  • nel panico, l’Io è temporaneamente sopraffatto

Il panico può essere inteso come: un’esperienza emotiva non simbolizzata, che irrompe direttamente nel corpo

Spesso, nella storia clinica:

  • l’angoscia cronica precede il panico

  • dopo il panico nasce una nuova angoscia: la paura della paura

Si crea così un circolo che può diventare invalidante.


Per chi ne soffre: un messaggio importante

Il panico non è pericoloso, anche se lo sembra. Non porta alla morte, alla follia, né alla perdita definitiva di controllo. È un’esperienza terribile ma transitoria, e soprattutto curabile. Capire cosa accade è già un primo passo per ridurne il potere.


Implicazioni cliniche

  • L’angoscia può essere lavorata attraverso la parola, l’interpretazione, la simbolizzazione

  • Il panico richiede inizialmente contenimento, regolazione, sicurezza

  • Interpretare troppo presto un panico può essere iatrogeno

  • Il lavoro analitico spesso consiste nel trasformare il panico in angoscia pensabile

In altre parole: aiutare il paziente a passare dal corpo alla mente, dal collasso al segnale


Dalla crisi alla possibilità di cura

Angoscia e panico parlano entrambi di paura, ma in lingue diverse.

  • l’angoscia è una lingua antica, dolorosa ma comunicativa

  • il panico è un urlo, quando le parole non bastano più

La cura non consiste nel far tacere la paura, ma nel ridarle una forma, un senso, una voce.

Angoscia e panico non sono semplicemente “disturbi da eliminare”, né meri malfunzionamenti del sistema nervoso. Sono modalità attraverso cui la psiche segnala un sovraccarico, un eccesso, un punto di rottura tra ciò che viene vissuto e ciò che può essere pensato. Se l’angoscia rappresenta un tentativo di regolazione, per quanto doloroso, il panico indica invece che questo tentativo è fallito: qualcosa è arrivato troppo presto, troppo forte, troppo solo. In questo senso, il panico non è un nemico, ma il segno estremo di una richiesta di aiuto che non ha trovato altre vie. Le prospettive di cura dipendono proprio dal riconoscimento di questa differenza.

Nella fase acuta, il lavoro terapeutico, indipendentemente dall’orientamento,  non può che essere contenitivo e regolativo: aiutare la persona a ritrovare un minimo di sicurezza corporea, di prevedibilità, di fiducia nel fatto che l’esperienza, per quanto spaventosa, è transitoria. Qui la relazione terapeutica svolge una funzione essenziale di ancoraggio: prima ancora di interpretare, occorre esserci.

In un secondo momento, quando il panico non è più un evento puro ma lascia tracce, ricordi, paure anticipatorie, diventa possibile un lavoro più propriamente psicologico: trasformare l’esperienza muta del corpo in angoscia pensabile, e l’angoscia pensabile in narrazione, significato, storia.

Dal punto di vista psicodinamico, curare non significa “togliere l’angoscia”, ma restituirle una funzione di segnale, sottraendola alla deriva traumatica del panico. Significa aiutare il soggetto a costruire legami tra affetto, rappresentazione e parola; a tollerare gradualmente ciò che prima doveva essere evacuato nel corpo.

Per i pazienti, questo percorso può tradursi in una scoperta fondamentale: non solo “posso sopravvivere al panico”, ma posso capire qualcosa di me attraverso ciò che mi è accaduto.

Per i clinici, implica una postura etica e tecnica precisa: rispettare i tempi della psiche, non forzare il senso, non confondere il bisogno di spiegazione con la possibilità di comprenderla davvero. In molti casi, la cura consiste nel trasformare una crisi senza pensiero in un’esperienza che può essere ricordata, detta e integrata.

In questa prospettiva, angoscia e panico non sono solo sintomi da ridurre, ma passaggi critici: luoghi in cui la sofferenza, se accompagnata, può diventare occasione di riorganizzazione psichica. 

La guarigione non coincide con l’assenza totale di paura, ma con la capacità di non esserne più travolti, di riconoscerla come segnale, di darle parola prima che debba urlare attraverso il corpo.


PER INFORMAZIONI:


Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com

venerdì 30 gennaio 2026

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi



Esiste un’idea semplice e al tempo stesso profondamente rivoluzionaria nella storia della psicoterapia: l’essere umano possiede una tendenza naturale alla crescita, al senso, alla coerenza interiore. Carl Rogers ha chiamato questa forza Sé autorealizzante.

In un panorama psicologico spesso centrato su ciò che non funziona — conflitti, traumi, distorsioni, sintomi — Rogers propone un cambio di sguardo: la sofferenza non nasce perché qualcosa è “rotto” alla radice, ma perché ciò che in noi tende a svilupparsi viene ostacolato, deviato o soffocato.

Esploriamo il significato del Sé autorealizzante, mettendone in luce le implicazioni esistenziali e psicoterapeutiche, e confrontandolo con i principali modelli psicodinamici e cognitivi.

Da dove nasce l’idea di Sé autorealizzante

Il concetto di Sé autorealizzante nasce all’interno della psicologia umanistica, in particolare con Carl Rogers, e affonda le sue radici nel pensiero di Kurt Goldstein. L’idea di fondo è che ogni organismo vivente non si limita a sopravvivere, ma tende spontaneamente a sviluppare le proprie potenzialità.

Nell’essere umano questa spinta assume una forma psicologica e relazionale: si esprime nel modo in cui costruiamo il senso di noi stessi, nelle scelte che facciamo, nella ricerca di una vita che sentiamo come autentica.

Il Sé, in questa prospettiva, non è qualcosa di fisso o dato una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, che si struttura attraverso l’esperienza e le relazioni significative.

Quando il Sé si blocca: incongruenza e sofferenza

Secondo Rogers, la sofferenza psicologica emerge quando si crea una distanza eccessiva tra:

  • ciò che sentiamo e siamo realmente (Sé reale)

  • ciò che pensiamo di dover essere per essere accettati (Sé ideale)

Questa distanza prende il nome di incongruenza e genera vissuti di ansia, vergogna, senso di vuoto o inautenticità.

Molte persone imparano presto che alcune emozioni, desideri o bisogni non sono accettabili. Per non perdere il legame con gli altri, iniziano a negare parti di sé. Il problema non è l’adattamento in sé, ma il prezzo che si paga quando l’adattamento diventa una rinuncia costante all’autenticità.


Il Sé autorealizzante in psicoterapia

Nella psicoterapia centrata sulla persona, il cambiamento non viene imposto né guidato dall’esterno. Il terapeuta non “corregge” il paziente, ma crea un clima relazionale sicuro, in cui la persona può esplorare se stessa senza paura di essere giudicata.

Rogers individua tre condizioni fondamentali:

  1. Autenticità (congruenza) del terapeuta

  2. Accettazione positiva incondizionata

  3. Comprensione empatica

Quando queste condizioni sono presenti, le difese si allentano e il Sé può riprendere il suo naturale movimento di crescita. Il cambiamento non è forzato: accade.


Sé autorealizzante e psicodinamica: differenze e dialoghi

I modelli psicodinamici tradizionali descrivono l’essere umano come attraversato da conflitti inconsci, difese e ripetizioni relazionali. In questa prospettiva il cambiamento avviene attraverso la presa di consapevolezza, l’elaborazione del conflitto e l’insight.

Le evoluzioni più moderne della psicodinamica, tuttavia, si avvicinano molto alla visione rogersiana: anche qui il Sé si costruisce nella relazione e il setting terapeutico diventa uno spazio trasformativo.

La differenza principale sta nell’assunto di base: Rogers parte da una fiducia radicale nella direzione evolutiva del Sé, mentre la psicodinamica mantiene uno sguardo più centrato sul conflitto e sulla sua elaborazione.


Sé autorealizzante e modelli cognitivi

I modelli cognitivi spiegano la sofferenza psicologica attraverso schemi disfunzionali e credenze apprese nel tempo. Il lavoro terapeutico è spesso orientato a riconoscere e modificare questi schemi.

Dal punto di vista del Sé autorealizzante, il cambiamento cognitivo è importante, ma viene visto come una conseguenza di un processo più profondo: quando una persona si sente accolta e compresa, cambia anche il modo in cui pensa a se stessa e al mondo.

In questo senso, l’approccio umanistico privilegia l’esperienza vissuta rispetto alla correzione diretta del pensiero.


Le implicazioni esistenziali: vivere una vita propria

Il Sé autorealizzante non riguarda solo la psicoterapia, ma il modo in cui viviamo le nostre vite. Ci invita a chiederci:

  • Quanto siamo fedeli a ciò che sentiamo?

  • Quanto le nostre scelte rispondono alle aspettative altrui?

  • In che misura stiamo vivendo una vita che riconosciamo come nostra?

In questo senso, la psicoterapia diventa uno spazio in cui non si impara solo a stare meglio, ma a tornare ad abitare se stessi.


Limiti e possibili integrazioni

Il concetto di Sé autorealizzante è stato talvolta criticato per un eccesso di fiducia nella natura umana. Tuttavia, molte integrazioni contemporanee mostrano come questa prospettiva possa dialogare efficacemente con la teoria dell’attaccamento, le terapie esperienziali e i modelli integrati.

Più che una visione ingenua, il Sé autorealizzante può essere letto come una posizione etica e clinica: credere che, date le giuste condizioni, il cambiamento sia possibile.


Il concetto di Sé autorealizzante offre una chiave di lettura potente e, per certi versi, controcorrente della sofferenza psicologica e del cambiamento umano. Ci ricorda che, sotto strati di adattamento, difese e aspettative interiorizzate, esiste una spinta vitale che tende naturalmente alla coerenza, al senso e all’autenticità.

In questa prospettiva, il disagio non è il segno di un fallimento personale, ma spesso l’espressione di un conflitto silenzioso tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a dover essere. La psicoterapia diventa allora meno un luogo di correzione e più uno spazio di riconnessione: un contesto in cui l’esperienza può essere finalmente accolta, ascoltata e integrata.

Il confronto con i modelli psicodinamici e cognitivi mostra come il Sé autorealizzante non si ponga necessariamente in alternativa, ma offra una diversa angolazione sul cambiamento. Dove alcuni modelli lavorano sul conflitto o sulla ristrutturazione del pensiero, l’approccio umanistico mette al centro la qualità dell’esperienza e della relazione, affidandosi alla capacità intrinseca della persona di orientarsi verso forme di vita più autentiche.

Dal punto di vista esistenziale, il Sé autorealizzante ci interroga profondamente: quanto spazio diamo nella nostra vita a ciò che sentiamo davvero? Quanto spesso confondiamo l’adattamento con la realizzazione? Recuperare il contatto con il proprio Sé non significa eliminare le difficoltà, ma attraversarle senza dover rinnegare se stessi.

In ultima analisi, la psicoterapia, quando funziona, non costruisce un’identità nuova né insegna semplicemente a funzionare meglio. Crea piuttosto le condizioni perché una persona possa smettere di difendersi da ciò che è, e permettersi di diventare, gradualmente, più pienamente se stessa. È in questo spazio di autenticità ritrovata che il cambiamento più profondo prende forma.


PER INFORMAZIONI:


Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com