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sabato 31 gennaio 2026

Angoscia e panico, due esperienze diverse della paura: capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

 

Angoscia e panico: due esperienze diverse della paura

Capire cosa accade, nel corpo e nella mente, quando la paura prende il sopravvento

Angoscia e Panico-Psicoterapia Disturbi Ansia-Psicologi Cagliari Dott. Antonello Viola


Perché è importante distinguere

Nel linguaggio quotidiano angoscia e panico vengono spesso confusi.
Eppure, per chi li vive e per chi li cura, non sono la stessa cosa. Distinguerli non è un esercizio teorico:

  • per il paziente, significa smettere di sentirsi “impazzito”

  • per il clinico, significa orientare correttamente la comprensione e il trattamento

Angoscia e panico sono due modalità profondamente diverse con cui la psiche segnala il pericolo.


Che cos’è l’angoscia

L’angoscia è uno stato emotivo di tensione e allarme, spesso difficile da definire a parole. Non ha sempre un oggetto chiaro (“non so di cosa ho paura”), ma ha una funzione precisa.

Dal punto di vista psicologico

L’angoscia è un segnale. Avverte che qualcosa, dentro o fuori di noi, sta diventando minaccioso per l’equilibrio psichico. Freud la definiva una sorta di campanello d’allarme dell’Io: un avviso che permette di prepararsi, difendersi, evitare, pensare.

Come si manifesta

  • inquietudine costante

  • tensione interna

  • apprensione

  • ipervigilanza

  • difficoltà a rilassarsi

L’angoscia fa soffrire, ma lascia ancora spazio al pensiero, alla parola, alla relazione. È un’emozione penosa, ma ancora mentalizzabile.


Che cos’è il panico

Il panico è un’esperienza completamente diversa. Non è un aumento dell’angoscia: è un salto di livello.

Dal punto di vista psicologico

Il panico si presenta come un evento improvviso, travolgente, che dà la sensazione di perdere il controllo del corpo e della mente. È come se il sistema di allarme scattasse troppo tardi o troppo forte, senza più possibilità di regolazione.

Come si manifesta

  • tachicardia intensa

  • fame d’aria

  • vertigini

  • sudorazione

  • derealizzazione o depersonalizzazione

  • paura di morire, svenire o impazzire

Nel panico: il corpo prende il comando, il pensiero si blocca, il tempo sembra fermarsi. Non è un segnale: è un’inondazione.


La differenza fondamentale

Una formula semplice ma clinicamente molto utile è la seguente: l’angoscia avverte, il panico travolge

AngosciaPanico
È un segnale                È una crisi
È anticipatoria                È improvvisa
Lascia spazio al pensiero                Blocca il pensiero
È modulabile                È disorganizzante
Coinvolge mente e corpo                Il corpo prende il sopravvento


Cosa accade sul piano profondo

Dal punto di vista psicodinamico, la differenza è cruciale:

  • nell’angoscia, l’Io è ancora attivo

  • nel panico, l’Io è temporaneamente sopraffatto

Il panico può essere inteso come: un’esperienza emotiva non simbolizzata, che irrompe direttamente nel corpo

Spesso, nella storia clinica:

  • l’angoscia cronica precede il panico

  • dopo il panico nasce una nuova angoscia: la paura della paura

Si crea così un circolo che può diventare invalidante.


Per chi ne soffre: un messaggio importante

Il panico non è pericoloso, anche se lo sembra. Non porta alla morte, alla follia, né alla perdita definitiva di controllo. È un’esperienza terribile ma transitoria, e soprattutto curabile. Capire cosa accade è già un primo passo per ridurne il potere.


Implicazioni cliniche

  • L’angoscia può essere lavorata attraverso la parola, l’interpretazione, la simbolizzazione

  • Il panico richiede inizialmente contenimento, regolazione, sicurezza

  • Interpretare troppo presto un panico può essere iatrogeno

  • Il lavoro analitico spesso consiste nel trasformare il panico in angoscia pensabile

In altre parole: aiutare il paziente a passare dal corpo alla mente, dal collasso al segnale


Dalla crisi alla possibilità di cura

Angoscia e panico parlano entrambi di paura, ma in lingue diverse.

  • l’angoscia è una lingua antica, dolorosa ma comunicativa

  • il panico è un urlo, quando le parole non bastano più

La cura non consiste nel far tacere la paura, ma nel ridarle una forma, un senso, una voce.

Angoscia e panico non sono semplicemente “disturbi da eliminare”, né meri malfunzionamenti del sistema nervoso. Sono modalità attraverso cui la psiche segnala un sovraccarico, un eccesso, un punto di rottura tra ciò che viene vissuto e ciò che può essere pensato. Se l’angoscia rappresenta un tentativo di regolazione, per quanto doloroso, il panico indica invece che questo tentativo è fallito: qualcosa è arrivato troppo presto, troppo forte, troppo solo. In questo senso, il panico non è un nemico, ma il segno estremo di una richiesta di aiuto che non ha trovato altre vie. Le prospettive di cura dipendono proprio dal riconoscimento di questa differenza.

Nella fase acuta, il lavoro terapeutico, indipendentemente dall’orientamento,  non può che essere contenitivo e regolativo: aiutare la persona a ritrovare un minimo di sicurezza corporea, di prevedibilità, di fiducia nel fatto che l’esperienza, per quanto spaventosa, è transitoria. Qui la relazione terapeutica svolge una funzione essenziale di ancoraggio: prima ancora di interpretare, occorre esserci.

In un secondo momento, quando il panico non è più un evento puro ma lascia tracce, ricordi, paure anticipatorie, diventa possibile un lavoro più propriamente psicologico: trasformare l’esperienza muta del corpo in angoscia pensabile, e l’angoscia pensabile in narrazione, significato, storia.

Dal punto di vista psicodinamico, curare non significa “togliere l’angoscia”, ma restituirle una funzione di segnale, sottraendola alla deriva traumatica del panico. Significa aiutare il soggetto a costruire legami tra affetto, rappresentazione e parola; a tollerare gradualmente ciò che prima doveva essere evacuato nel corpo.

Per i pazienti, questo percorso può tradursi in una scoperta fondamentale: non solo “posso sopravvivere al panico”, ma posso capire qualcosa di me attraverso ciò che mi è accaduto.

Per i clinici, implica una postura etica e tecnica precisa: rispettare i tempi della psiche, non forzare il senso, non confondere il bisogno di spiegazione con la possibilità di comprenderla davvero. In molti casi, la cura consiste nel trasformare una crisi senza pensiero in un’esperienza che può essere ricordata, detta e integrata.

In questa prospettiva, angoscia e panico non sono solo sintomi da ridurre, ma passaggi critici: luoghi in cui la sofferenza, se accompagnata, può diventare occasione di riorganizzazione psichica. 

La guarigione non coincide con l’assenza totale di paura, ma con la capacità di non esserne più travolti, di riconoscerla come segnale, di darle parola prima che debba urlare attraverso il corpo.


PER INFORMAZIONI:


Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com

venerdì 30 gennaio 2026

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi

Il Sé autorealizzante: la spinta naturale a diventare se stessi



Esiste un’idea semplice e al tempo stesso profondamente rivoluzionaria nella storia della psicoterapia: l’essere umano possiede una tendenza naturale alla crescita, al senso, alla coerenza interiore. Carl Rogers ha chiamato questa forza Sé autorealizzante.

In un panorama psicologico spesso centrato su ciò che non funziona — conflitti, traumi, distorsioni, sintomi — Rogers propone un cambio di sguardo: la sofferenza non nasce perché qualcosa è “rotto” alla radice, ma perché ciò che in noi tende a svilupparsi viene ostacolato, deviato o soffocato.

Esploriamo il significato del Sé autorealizzante, mettendone in luce le implicazioni esistenziali e psicoterapeutiche, e confrontandolo con i principali modelli psicodinamici e cognitivi.

Da dove nasce l’idea di Sé autorealizzante

Il concetto di Sé autorealizzante nasce all’interno della psicologia umanistica, in particolare con Carl Rogers, e affonda le sue radici nel pensiero di Kurt Goldstein. L’idea di fondo è che ogni organismo vivente non si limita a sopravvivere, ma tende spontaneamente a sviluppare le proprie potenzialità.

Nell’essere umano questa spinta assume una forma psicologica e relazionale: si esprime nel modo in cui costruiamo il senso di noi stessi, nelle scelte che facciamo, nella ricerca di una vita che sentiamo come autentica.

Il Sé, in questa prospettiva, non è qualcosa di fisso o dato una volta per tutte, ma un processo in continuo divenire, che si struttura attraverso l’esperienza e le relazioni significative.

Quando il Sé si blocca: incongruenza e sofferenza

Secondo Rogers, la sofferenza psicologica emerge quando si crea una distanza eccessiva tra:

  • ciò che sentiamo e siamo realmente (Sé reale)

  • ciò che pensiamo di dover essere per essere accettati (Sé ideale)

Questa distanza prende il nome di incongruenza e genera vissuti di ansia, vergogna, senso di vuoto o inautenticità.

Molte persone imparano presto che alcune emozioni, desideri o bisogni non sono accettabili. Per non perdere il legame con gli altri, iniziano a negare parti di sé. Il problema non è l’adattamento in sé, ma il prezzo che si paga quando l’adattamento diventa una rinuncia costante all’autenticità.


Il Sé autorealizzante in psicoterapia

Nella psicoterapia centrata sulla persona, il cambiamento non viene imposto né guidato dall’esterno. Il terapeuta non “corregge” il paziente, ma crea un clima relazionale sicuro, in cui la persona può esplorare se stessa senza paura di essere giudicata.

Rogers individua tre condizioni fondamentali:

  1. Autenticità (congruenza) del terapeuta

  2. Accettazione positiva incondizionata

  3. Comprensione empatica

Quando queste condizioni sono presenti, le difese si allentano e il Sé può riprendere il suo naturale movimento di crescita. Il cambiamento non è forzato: accade.


Sé autorealizzante e psicodinamica: differenze e dialoghi

I modelli psicodinamici tradizionali descrivono l’essere umano come attraversato da conflitti inconsci, difese e ripetizioni relazionali. In questa prospettiva il cambiamento avviene attraverso la presa di consapevolezza, l’elaborazione del conflitto e l’insight.

Le evoluzioni più moderne della psicodinamica, tuttavia, si avvicinano molto alla visione rogersiana: anche qui il Sé si costruisce nella relazione e il setting terapeutico diventa uno spazio trasformativo.

La differenza principale sta nell’assunto di base: Rogers parte da una fiducia radicale nella direzione evolutiva del Sé, mentre la psicodinamica mantiene uno sguardo più centrato sul conflitto e sulla sua elaborazione.


Sé autorealizzante e modelli cognitivi

I modelli cognitivi spiegano la sofferenza psicologica attraverso schemi disfunzionali e credenze apprese nel tempo. Il lavoro terapeutico è spesso orientato a riconoscere e modificare questi schemi.

Dal punto di vista del Sé autorealizzante, il cambiamento cognitivo è importante, ma viene visto come una conseguenza di un processo più profondo: quando una persona si sente accolta e compresa, cambia anche il modo in cui pensa a se stessa e al mondo.

In questo senso, l’approccio umanistico privilegia l’esperienza vissuta rispetto alla correzione diretta del pensiero.


Le implicazioni esistenziali: vivere una vita propria

Il Sé autorealizzante non riguarda solo la psicoterapia, ma il modo in cui viviamo le nostre vite. Ci invita a chiederci:

  • Quanto siamo fedeli a ciò che sentiamo?

  • Quanto le nostre scelte rispondono alle aspettative altrui?

  • In che misura stiamo vivendo una vita che riconosciamo come nostra?

In questo senso, la psicoterapia diventa uno spazio in cui non si impara solo a stare meglio, ma a tornare ad abitare se stessi.


Limiti e possibili integrazioni

Il concetto di Sé autorealizzante è stato talvolta criticato per un eccesso di fiducia nella natura umana. Tuttavia, molte integrazioni contemporanee mostrano come questa prospettiva possa dialogare efficacemente con la teoria dell’attaccamento, le terapie esperienziali e i modelli integrati.

Più che una visione ingenua, il Sé autorealizzante può essere letto come una posizione etica e clinica: credere che, date le giuste condizioni, il cambiamento sia possibile.


Il concetto di Sé autorealizzante offre una chiave di lettura potente e, per certi versi, controcorrente della sofferenza psicologica e del cambiamento umano. Ci ricorda che, sotto strati di adattamento, difese e aspettative interiorizzate, esiste una spinta vitale che tende naturalmente alla coerenza, al senso e all’autenticità.

In questa prospettiva, il disagio non è il segno di un fallimento personale, ma spesso l’espressione di un conflitto silenzioso tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a dover essere. La psicoterapia diventa allora meno un luogo di correzione e più uno spazio di riconnessione: un contesto in cui l’esperienza può essere finalmente accolta, ascoltata e integrata.

Il confronto con i modelli psicodinamici e cognitivi mostra come il Sé autorealizzante non si ponga necessariamente in alternativa, ma offra una diversa angolazione sul cambiamento. Dove alcuni modelli lavorano sul conflitto o sulla ristrutturazione del pensiero, l’approccio umanistico mette al centro la qualità dell’esperienza e della relazione, affidandosi alla capacità intrinseca della persona di orientarsi verso forme di vita più autentiche.

Dal punto di vista esistenziale, il Sé autorealizzante ci interroga profondamente: quanto spazio diamo nella nostra vita a ciò che sentiamo davvero? Quanto spesso confondiamo l’adattamento con la realizzazione? Recuperare il contatto con il proprio Sé non significa eliminare le difficoltà, ma attraversarle senza dover rinnegare se stessi.

In ultima analisi, la psicoterapia, quando funziona, non costruisce un’identità nuova né insegna semplicemente a funzionare meglio. Crea piuttosto le condizioni perché una persona possa smettere di difendersi da ciò che è, e permettersi di diventare, gradualmente, più pienamente se stessa. È in questo spazio di autenticità ritrovata che il cambiamento più profondo prende forma.


PER INFORMAZIONI:


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Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

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