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giovedì 19 febbraio 2026

Quando ciò che ci irrita negli altri parla di noi

 Lo specchio dell’altro: proiezione, Ombra e autoconsapevolezza nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung

 


Nella tradizione della psicologia analitica, uno dei temi più rilevanti riguarda il rapporto tra percezione dell’altro e conoscenza di sé. L’idea, spesso divulgata nella formula secondo cui ciò che ci irrita negli altri può condurci a una maggiore consapevolezza personale, non rappresenta una semplice massima morale, bensì un principio clinico e teorico profondamente radicato nell’opera junghiana. Essa si colloca all’interno della riflessione sul funzionamento della psiche inconscia, sul meccanismo della proiezione e sul processo di integrazione dell’Ombra. Comprendere questo principio implica, pertanto, affrontare questioni fondamentali relative alla formazione dell’identità, alla regolazione affettiva e alla trasformazione psicologica.

Il meccanismo della proiezione nella teoria junghiana

Nel pensiero di Jung, la proiezione costituisce un processo strutturale della vita psichica. Non si tratta di un fenomeno patologico in senso stretto, bensì di una modalità ordinaria attraverso cui la mente organizza l’esperienza. Gli individui tendono a collocare all’esterno contenuti interni che risultano difficilmente integrabili a livello cosciente. Tale dinamica consente temporaneamente di preservare l’equilibrio dell’Io, evitando conflitti interni troppo intensi. Tuttavia, nel lungo periodo, essa ostacola il processo di individuazione, poiché distorce la percezione della realtà relazionale.

In Aion Jung descrive la proiezione come un fenomeno mediante il quale la psiche trasforma il mondo esterno in un riflesso simbolico di contenuti inconsci. L’altro, in questa prospettiva, non è soltanto un interlocutore reale, ma diviene un supporto immaginativo su cui vengono inscritti aspetti disconosciuti del Sé. L’intensità delle reazioni emotive, in particolare l’irritazione, rappresenta un indicatore clinicamente significativo della presenza di tali proiezioni. Quando la risposta affettiva appare sproporzionata rispetto alla situazione oggettiva, è possibile ipotizzare l’attivazione di nuclei inconsci.

L’Ombra come dimensione costitutiva della personalità

La teoria dell’Ombra costituisce uno dei contributi più influenti della psicologia analitica. Con questo termine Jung designa l’insieme degli aspetti della personalità che l’Io rifiuta o non riconosce. L’Ombra non coincide unicamente con i tratti moralmente negativi; essa comprende anche potenzialità, creatività e vitalità non espresse. Il processo di socializzazione e le esigenze dell’adattamento portano inevitabilmente alla formazione di tale area psichica. L’individuo costruisce un’immagine di sé coerente con le aspettative culturali e relazionali, relegando nell’inconscio ciò che appare incompatibile con essa.

In L'Io e l'inconscio Jung sottolinea che l’incontro con l’Ombra rappresenta una fase necessaria ma spesso dolorosa del percorso di maturazione psicologica. Il confronto con questi contenuti implica la messa in discussione dell’identità cosciente e delle difese che la sostengono. L’irritazione verso l’altro può dunque essere interpretata come una soglia simbolica che segnala la vicinanza di tali aspetti non integrati.

Irritazione e attivazione affettiva

Dal punto di vista clinico, l’irritazione non deve essere intesa esclusivamente come una reazione interpersonale, ma come un fenomeno affettivo complesso che coinvolge memoria implicita, schemi relazionali e rappresentazioni del Sé. In molti casi, le qualità percepite nell’altro rimandano a esperienze precoci, a relazioni significative del passato o a conflitti irrisolti. La psicologia contemporanea, in particolare gli sviluppi delle neuroscienze affettive, conferma che le relazioni attivano circuiti emotivi profondi, spesso non accessibili alla coscienza.

In questo senso, la prospettiva junghiana si mostra sorprendentemente attuale. L’irritazione può essere considerata una forma di segnalazione interna che orienta il soggetto verso zone della propria esperienza ancora non elaborate. Essa rappresenta un potenziale punto di accesso alla trasformazione psicologica.

Implicazioni per il processo psicoterapeutico

Nel contesto psicoterapeutico, l’attenzione a tali dinamiche assume una rilevanza fondamentale. L’analisi delle reazioni emotive intense consente di esplorare la dimensione simbolica della relazione. Il transfert e il controtransfert costituiscono ambiti privilegiati in cui le proiezioni emergono e possono essere progressivamente riconosciute. Il terapeuta non si limita a interpretare i contenuti consci, ma favorisce un processo di riflessione che permette al paziente di collegare l’esperienza presente alla propria storia.

Il riconoscimento delle proiezioni non implica una svalutazione della realtà relazionale. Al contrario, esso consente di differenziare ciò che appartiene all’altro da ciò che deriva dalla propria organizzazione psichica. Questo processo favorisce la responsabilità emotiva e riduce la tendenza alla colpevolizzazione esterna. Con il tempo, il soggetto sviluppa una maggiore tolleranza dell’ambivalenza, una più ampia capacità empatica e una regolazione affettiva più flessibile.

L’integrazione dell’Ombra, inoltre, contribuisce a un ampliamento del Sé. Le qualità precedentemente negate possono essere riconosciute e trasformate in risorse. Tale integrazione non elimina il conflitto interno, ma ne modifica la qualità, rendendolo più dinamico e creativo. In questa prospettiva, il sintomo relazionale diventa un elemento di conoscenza.

Una prospettiva integrativa e contemporanea

Il concetto junghiano di proiezione ha influenzato numerosi orientamenti psicodinamici e relazionali. Le teorie dell’attaccamento, la mentalizzazione e la psicoterapia focalizzata sul transfert condividono l’idea che la relazione attuale sia organizzata da modelli interni precoci. Sebbene il linguaggio teorico sia mutato, l’intuizione di Jung conserva una notevole validità clinica.

L’approccio contemporaneo tende a integrare dimensioni simboliche, affettive e neurobiologiche. In questo contesto, la riflessione sull’irritazione verso l’altro non è ridotta a un esercizio introspettivo, ma diventa un dispositivo trasformativo che coinvolge il corpo, l’emozione e la narrazione autobiografica.

 

Il principio secondo cui l’altro può funzionare come uno specchio non invita a negare la realtà delle relazioni né a giustificare comportamenti disfunzionali. Esso propone piuttosto un cambiamento epistemologico: la relazione è considerata uno spazio intersoggettivo in cui il soggetto incontra parti di sé non ancora integrate. In questa prospettiva, il conflitto relazionale non è soltanto fonte di sofferenza, ma anche occasione di crescita e trasformazione.

Il contributo di Jung consiste nell’aver individuato nella tensione tra coscienza e inconscio un motore evolutivo. L’irritazione, lungi dall’essere un ostacolo, può diventare un segnale prezioso nel percorso di individuazione. Attraverso il riconoscimento e l’integrazione dell’Ombra, l’individuo accede a una forma più ampia di consapevolezza e a una maggiore libertà interiore.

 

PER INFORMAZIONI:

Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica

Dott. Antonello Viola

Sedi: Settimo San Pietro (CA), Via Basilicata n. 5

Tel. 3200757817 (anche whatsapp)

e-mail: antonello.viola@gmail.com

web: antonelloviola.com

Riferimenti bibliografici

Jung, C. G. (1928). L’Io e l’inconscio.
Jung, C. G. (1944). Psicologia e alchimia.
Jung, C. G. (1951). Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé.
Jung, C. G. (1964). L’uomo e i suoi simboli.
Stein, M. (2010). Jung’s Map of the Soul.
Fordham, M. (1996). Introduzione alla psicologia junghiana.


venerdì 6 febbraio 2026

Le personalità controllanti: come riconoscerle. A volte il vero cambiamento inizia quando si smette di stringere… e si impara finalmente a lasciare andare.

                                   


" Le persone che sentono il bisogno di controllare gli altri, 
non hanno il controllo di se stesse"




Il maniaco del controllo è una persona che sente il bisogno ossessivo di esercitare il controllo su se stessa e sugli altri e di assumere il comando in qualsiasi situazione. L’atteggiamento “controllante” maniacale caratterizza diverse strutture di personalità variamente patologiche, e determina generalmente comportamenti estremi che possono deteriorare le relazioni. Spesso gli uomini e le donne con un elevato bisogno di controllo rispondono alle caratteristiche della personalità ossessiva e narcisistica, sono frequentemente arrabbiati (palesemente irascibili oppure più celatamente passivo-aggressivi), fobici, o soffrono di disturbi dell’umore. Queste persone hanno bisogno del “controllo” perché senza di esso generalmente si sentono invase dalla paura che le cose finiranno per sovrastarle e sminuirle, e dunque vengano svalutate o non riconosciute, e conseguentemente la loro vita possa essere rovinata. A un livello più profondo del frequente Ego grandioso della personalità controllante maniacale, si dibatte un senso di inferiorità e un'autostima precaria che possono essere gestiti solo attraverso l’illusione di poter controllare e di poter prevalere su tutto. Possiamo imbatterci in una personalità controllante in ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo o amicale. Ma le personalità controllanti si rendono conto di essere tali? Solitamente poiché queste persone hanno bisogno di un alto livello di controllo, hanno anche bisogno di controllare la loro immagine, e dunque se eventualmente riconosceranno di avere un alto bisogno di controllo in certe situazioni, esse comunque rifiuteranno di essere etichettate come controllanti o qualsiasi associazione con problematiche inerenti alla loro personalità e il loro eccessivo bisogno di controllo. Spesso uomini e donne controllanti giustificano il loro bisogno di controllo con affermazioni come queste: “Devo essere così per fare tutto quello che posso”, oppure “C’è bisogno di persone come me perché è pieno di incompetenti”, o “Tutto andrebbe in rovina senza di me”. Ovviamente è necessario distinguere tra un sano atteggiamento di voler gestire qualcosa in modo funzionale e l'atteggiamento controllante patologico spesso veicolato da tendenze simbiotiche o manipolatorie e fattori intrapsichici di fragilità, come scarsa autostima e scarsa differenziazione del Sé. Purtroppo l’esondazione del bisogno di controllo non può essere funzionale, e generalmente determina disagio psicologico in chi lo sperimenta ma anche in coloro che lo subiscono: in primis la disfunzionalità del controllo rigido è legata al fatto che in realtà nella vita molte cose sono ben al di là della possibilità di controllo e sfuggono pertanto al nostro controllo. Pertanto, quando a causa dell’interiorizzazione di irrealistici standard di perfezionismo si ha bisogno di un controllo totale, che in realtà è impossibile da raggiungere, allora generalmente ci si sentirà invasi dall’ansia, causata proprio dai rigidi target che ci si era prefissati.

Ecco alcune delle caratteristiche principali delle personalità controllanti:

1.      Cercano strenuamente di vincere sempre una discussione o di avere l’ultima parola
E’ molto difficile relazionarsi con uomini e donne altamente controllanti, perché sono soliti stabilire regole rigide per poi applicarle rigidamente ed inflessibilmente. Solitamente agiscono con atteggiamenti che riflettono l’intento di dimostrarsi superiori agli altri, e appaiono determinati nel cercare di dimostrare a tutti di essere i più pratici, i più abili, i più logici e intelligenti in qualsiasi gruppo.

2.      Rifiutano di ammettere quando hanno torto
In questo tipo di personalità questo è certamente uno dei tratti che infastidisce maggiormente un partner oppure un amico o un familiare. Potrebbe trattarsi anche del più piccolo o semplice problema, ma alle persone con elevato controllo questo non importa: esse cercano caparbiamente di assicurarsi che non ammettano di aver sbagliato o di aver avuto torto. Il loro processo di pensiero è così distorto da portarli a credere che gli altri potrebbero usare la loro ammissione di torto contro di loro, o che possano percepirli come incompetenti o sciocchi a causa di un semplice errore. Solitamente di regola utilizzano una modalità di pensiero dicotomica, che tende a ricondurre tutto rigidamente a due categorie opposte, tutto o niente, bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, e confrontarsi con qualsiasi cosa stia in mezzo a queste categorie causa loro disagio.

3.      Sentono un forte bisogno di correggere gli altri o di opporre obiezioni
Mentre i fanatici del controllo sono indulgenti e fin troppo disposti a trascurare i loro errori, puoi dimenticarti di ricevere qualsiasi comprensione per i tuoi. Le personalità fortemente controllanti sentono l’esigenza di correggere gli altri, anche per cose banali o di poco conto, e di mettere in discussione tutto esibendo spesso l’atteggiamento del “bastian contrario”, fondamentalmente per giungere all’obiettivo di prevalere e di ottenere ragione. Questo conferisce loro un senso di controllo sulla realtà e un senso di potere sugli altri, allo scopo di regolare la propria autostima e preservare il loro “precario” equilibrio interno.

4.      Criticano e giudicano spesso gli altri

Sicuramente sono le persone più giudicanti nelle quali potreste mai imbattervi, e nella loro rigidità mentale adducono le loro ragioni giustificandole con le questioni di principio. Le loro critiche e i loro giudizi riguardano proprio tutto, da come gli altri dovrebbero comportarsi, anche nelle situazioni più banali, a come dovrebbero vivere le loro vite. Hanno una risposta praticamente a tutto, ma a un osservatore attento non dovrebbe sfuggire che questi individui generalmente si comportano da ipocriti.

5.      Esibiscono un atteggiamento invadente

Spesso le persone controllanti invadono e ingeriscono nella vita altrui, e questa ingerenza può rivelarsi particolarmente problematica soprattutto con le persone con le quali hanno relazioni strette. Infatti con i loro interventi verbali ed i loro comportamenti non solo tenteranno di scoraggiare direttamente o indirettamente qualsiasi senso di autonomia che possiedi o che vorresti avere, ma ti "correggeranno" su base quasi costante, inducendoti progressivamente a una relazione di dipendenza. La loro invadenza è veicolata dalla sottostante convinzione di sapere sempre ciò che sia meglio per gli altri.

6.      Conducono l’auto con rabbia e aggressività

Spesso i maniaci del controllo guidano l’auto con grande frustrazione: la loro convinzione è quella di essere gli unici a condurre correttamente l’auto, e per questo motivo criticano aspramente gli altri guidatori e spesso imprecano o bestemmiano quando qualcuno sulla strada fa qualcosa che li infastidisce. Gli altri non possono sbagliare, ma loro sì, difatti si permettono il lusso di fare ciò che vogliono, fermo restando che quando loro ostacolano o mettono in pericolo gli altri tutto dovrebbe passare inosservato. Dunque la loro impazienza alla guida è generalmente pervasiva, si infastidiscono perché gli altri conducenti si muovono troppo lentamente o troppo velocemente, e trattano i pedoni come un'interferenza che ostacola il loro percorso. E’ come se su strada tutto dovesse andare come vogliono loro: mancano della capacità di rappresentarsi mentalmente che esistono molti aspetti di una stessa realtà, e di accettarli con una flessibilità adattiva.

Considerata questa rassegna di caratteristiche di base delle personalità controllanti, è abbastanza chiaro che esse si impegnano in una serie di comportamenti che possono frustrare e provocare risentimento, soprattutto nelle persone con le quali si relazionano più strettamente. Le loro azioni sono mosse da fattori psicodinamici profondi, che hanno a che fare con la loro struttura di personalità, e più superficialmente dalla profonda convinzione che è loro necessario comportarsi in quei modi per soddisfare i loro bisogni e raggiungere i loro obiettivi. Naturalmente, se ti riconosci nella maggior parte dei comportamenti d’elevato controllo che abbiamo passato in rassegna, fai un passo indietro e chiediti se non sei stanco di cercare sempre di controllare tutto, e se non sia arrivato finalmente il momento di cominciare a metterti in discussione e ad apprendere a lasciar andare e accettare più le cose e gli altri. Se invece ti rendi conto che qualcuno che ami esibisce spesso questi comportamenti, allora forse è arrivato il momento di parlare di ciò che ti infastidisce, in modo che la tua frustrazione e il tuo eventuale risentimento non peggiorino, mettendo così a repentaglio il futuro della relazione. Se farai notare a un uomo o a una donna altamente controllante che hai un problema con i loro comportamenti, non trascurare assolutamente di fornire loro alcuni esempi concreti di ciò che fanno e che ti infastidisce e quali sono le conseguenze, e poi dai loro il tempo di lavorare sul cambiamento: se necessario richiama più volte il problema continuando a fornire in modo chiaro e diretto esempi e spiegazioni, ma non demordere.


In generale, questi i suggerimenti per relazionarsi con le persone altamente controllanti:
  • Sforzati di mantenere calma, compostezza e assertività: una delle caratteristiche più comuni degli individui aggressivi, intimidatori e controllanti è che a loro piace deliberatamente (ma spesso incosapevolmente) disturbarti o intimorirti, manipolando le tue scelte, le tue azioni o i tuoi processi di pensiero.
  • Per quanto possibile mantieni le distanze: a meno che non ci sia qualcosa d’importante in gioco nella relazione, non spenderti cercando di cimentarti con una persona che è negativamente trincerata e sulla quale tutto spesso rimbalza come su un muro di gomma.
  • Passa dall’atteggiamento reattivo a quello proattivo: essere consapevoli della natura delle persone aggressive, intimidatorie e controllanti può aiutarci a disidentificarci  dalla situazione e passare dall'essere reattivi ad assertivi e proattivi.
  • Difendi comunque i tuoi diritti: le persone aggressive, intimidatorie e controllanti tendono generalmente a privarti dei tuoi diritti in modo da poterti controllare e trarre vantaggio da te.
  • Cerca di recuperare il tuo potere: un schema ricorrente di queste personalità è che a loro piace focalizzare l'attenzione sulla persona bersaglio, per farla sentire a disagio o inadeguata. Un modo semplice ma potente per cambiare questa dinamica è quello di puntare i riflettori su di loro.
  •  In lievi situazioni usa un appropriato umorismo: se usato opportunamente ed appropriatamente l'umorismo può illuminare la verità, disarmare certi comportamenti difficili e dimostrare all’interlocutore di avere una compostezza superiore.
  • In situazioni più gravi, cerca di esplicitare assertivamente quali siano le possibili conseguenze: la capacità di identificare e affermare quali siano le conseguenze dei comportamenti controllanti è una delle abilità più importanti che puoi usare per “spiazzare” una persona rigidamente controllante, e probabilmente stimolarla alla riflessione e chissà, forse al cambiamento.


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mercoledì 14 gennaio 2026

Gli Ingredienti di una Psicoterapia Efficace: Fattori e Implicazioni

 

 Gli Ingredienti di una Psicoterapia Efficace: 

Fattori e Implicazioni

 


La psicoterapia è uno strumento potente per il cambiamento personale, ma il suo successo non dipende solo dalle tecniche utilizzate. Alcuni fattori fondamentali e le loro implicazioni pratiche determinano se un percorso terapeutico può essere realmente trasformativo. Scopriamo insieme cosa rende una psicoterapia efficace e risolutiva.

 

1. L’alleanza terapeutica: la base del cambiamento

Uno dei fattori più importanti nella riuscita della terapia è il rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente. Questa alleanza si costruisce attraverso ascolto attivo, empatia e autenticità.

Implicazioni pratiche:

  • Un ambiente sicuro e non giudicante incoraggia il paziente a esplorare temi difficili.
  • La qualità della relazione terapeutica può predire, spesso più delle tecniche utilizzate, l’efficacia complessiva del percorso.

 

2. Motivazione e impegno del paziente

La volontà di affrontare i propri problemi e di mettersi in gioco è fondamentale. Senza motivazione, anche le migliori strategie terapeutiche rischiano di essere inefficaci.

Implicazioni pratiche:

  • Pazienti motivati tendono a partecipare attivamente alle sedute e a svolgere compiti tra una seduta e l’altra.
  • La motivazione può variare nel tempo; il terapeuta gioca un ruolo chiave nel sostenerla e rinforzarla.

 

3. Esplorazione e consapevolezza

La psicoterapia efficace favorisce la comprensione profonda di sé, delle proprie emozioni e dei propri schemi di pensiero. Acquisire consapevolezza permette al paziente di identificare modelli disfunzionali e sviluppare strategie di cambiamento.

Implicazioni pratiche:

  • Maggiore consapevolezza porta a cambiamenti più duraturi.
  • La riflessione guidata dal terapeuta aiuta a collegare esperienze passate e attuali, favorendo un senso di integrazione e coerenza interna.

 

4. Gestione e trasformazione delle emozioni

Un elemento centrale della terapia è la capacità di riconoscere, esprimere e gestire le emozioni, comprese quelle negative.

Implicazioni pratiche:

  • Imparare a regolare le emozioni aumenta il benessere psicologico e riduce sintomi come ansia e depressione.
  • La trasformazione emotiva permette di rispondere in modo più adattivo alle sfide della vita.

 

5. Continuità, perseveranza e tempo

La psicoterapia è un percorso, non un intervento istantaneo. La regolarità delle sedute e la perseveranza del paziente sono fondamentali per consolidare i risultati.

Implicazioni pratiche:

  • Cambiamenti profondi richiedono tempo per essere interiorizzati.
  • Sedute discontinue o interruzioni frequenti possono rallentare o interrompere il progresso terapeutico.

 

6. Personalizzazione del percorso

Ogni paziente è unico, e così deve essere il percorso terapeutico. Tecniche, strumenti e approcci vanno adattati alle caratteristiche individuali, alla storia personale e agli obiettivi specifici.

Implicazioni pratiche:

  • La personalizzazione aumenta l’efficacia della terapia e la soddisfazione del paziente.
  • Approcci rigidi o standardizzati rischiano di trascurare fattori cruciali della singola esperienza emotiva e cognitiva.

 

Dunque, per concludere, una psicoterapia davvero efficace non dipende da un singolo fattore, ma dalla combinazione di relazioni solide, motivazione, consapevolezza, gestione delle emozioni e perseveranza. Quando questi elementi convergono, il percorso terapeutico non solo aiuta a risolvere problemi immediati, ma può portare a un cambiamento duraturo, trasformativo e profondamente significativo nella vita del paziente. Ovviamente quando questi fattori basilari non sono presenti o sono deficitari, viene meno l’efficacia del processo terapeutico.

 


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mercoledì 15 marzo 2023

LA NEUROCEZIONE E LA TEORIA POLIVAGALE IN PSICOTERAPIA

 

La scala polivagale, così come concettualizzata da Deb Dana

 

La neurocezione è un concetto recentemente introdotto da Stephen Porges (direttore fondatore del “Traumatic Stress Research Consortium” e professore di psichiatria presso l'Università della Carolina del Nord) nella sua teoria polivagale, un modello teorico di spiccata e riconosciuta rilevanza per la psicoterapia

Questa teoria, alla cui diffusione ha pure ampiamente contribuito Deb Dana (medico e consulente specializzata nel trattamento del trauma complesso,  Coordinatrice del Traumatic Stress Research Consortium del Kinsey Institut e relatrice di fama internazionale, con la quale ho avuto il piacere di fare un percorso di formazione) cerca di spiegare il funzionamento della parte del nostro sistema nervoso su cui non abbiamo alcun controllo volontario, il sistema nervoso autonomo, e quali siano le possibili implicazioni in psicoterapia. Porges concettualizza la neurocezione come il processo attraverso il quale i nostri circuiti neuronali discriminano se per noi una situazione o una persona sono pericolosi o minacciosi, oppure se al contrario con ciò possiamo sentirci al sicuro senza dover implementare strategie difensive di lotta o fuga o di immobilizzazione.

È importante notare che questo processo si verifica senza la partecipazione della nostra coscienza, cioè avviene ancor prima della percezione cosciente. In primo luogo viene valutato il rischio o la minaccia della situazione: nel caso in cui venga valutata come sicura, i meccanismi difensivi (mediati dal nostro sistema nervoso simpatico) vengono disattivati, ​​per poter essere coinvolti nei comportamenti di connessione sociale. Pertanto, per esempio, persone a noi note o anche estranee, che abbiano un tono di voce e un'espressione facciale adeguati e caldi, promuovono un senso di sicurezza interiore che ci consente di interagire socialmente con loro. Altrimenti avvertiremo una sensazione di disagio o più direttamente di pericolo, che ci porterà ad adottare atteggiamenti e comportamenti difensivi, la cui connotazione, intensità e modulazione saranno direttamente legati all’intensità della percezione di minaccia. Allo stesso modo, se ci riferiamo all’infanzia quale periodo evolutivo fondante e strutturante, un bambino può sentirsi al sicuro e interagire serenamente tra risate e balbettii con la sua figura di attaccamento, se percepita come oggetto relazionale rassicurante, oppure piangere cercando sicurezza in presenza di uno sconosciuto o anche quando lo stesso caregiver sia percepito come una minaccia. Per effettuare questa valutazione di sicurezza vengono prese in considerazione sia le circostanze ambientali che le circostanze viscerali interne, cioè le informazioni che i nostri organi interni inviano al nostro cervello, quindi la nostra valutazione della situazione a livello preconscio si colora anche delle informazioni che provengono dal nostro corpo.

Questo processo ha importanti implicazioni per la psicoterapia, dal momento che una neurocezione del pericolo può essere promossa dalla storia dell'attaccamento o dai ricordi traumatici

Così una persona può mostrare strategie difensive (reazioni frequenti, pervasive e caotiche di lotta o fuga, oppure reazioni dissociative di immobilizzazione) nonostante la sua valutazione cosciente della situazione non indichi alcun pericolo oggettivo attuale. 

Pertanto in psicoterapia è molto importante consapevolizzare il paziente al riguardo delle sue risposte autonomiche disadattive, cercare di mapparle e successivamente trasformarle attraverso un progressivo riprocessamento mediato dalle varie tecniche utilizzate dalla stessa psicoterapia.

La teoria polivagale può essere proficuamente utilizzata in psicoterapia per il trattamento di una vasta gamma di condizioni di disagio psicologico, in particolar modo per i disturbi ansiosi, depressivi e dissociativi, e in tutte quelle condizioni disadattivi in cui siano presenti queste componenti.

La mia pratica clinica della psicoterapia è improntata a un approccio integrativo, in cui all'occorrenza utilizzo tecniche mediate dalla teoria polivagale in psicoterapia. 

Ricevo nelle due sedi dello studio, a Cagliari e a Settimo San Pietro/Sinnai. Qualora interessato/a puoi trovare ulteriori informazioni sui servizi offerti e costi nel mio sito web: www.psicologi-psicoterapeuti-cagliari.it


Bibliografia

Stephen W. Porges , Deb Dana (2018). “Clinical Applications of the Polyvagal Theory: The Emergence of Polyvagal-Informed Therapies”. Norton Series on Interpersonal Neurobiology).  W. W. Norton & Company; 1st edition.

Deb Dana (2018).  “The Polyvagal Theory in Therapy: Engaging the Rhythm of Regulation”. WW Norton & Co.