Emozioni inespresse: cosa succede quando non ascoltiamo ciò che sentiamo
«Le emozioni inespresse non muoiono mai. Sono sepolte vive ed escono più tardi in forme più brutte.»
"attribuita a Sigmund Freud"
È una frase particolarmente suggestiva, perché racchiude in poche parole un'intuizione fondamentale della psicologia dinamica: ciò che non viene riconosciuto, elaborato ed espresso non necessariamente scompare.
Prima di tutto, tuttavia, è opportuno fare una precisazione. Questa frase viene frequentemente attribuita a Sigmund Freud, ma non è facilmente rintracciabile nelle sue opere in questa forma letterale. È quindi più corretto considerarla una formulazione divulgativa che richiama alcuni concetti centrali della tradizione psicoanalitica, piuttosto che una citazione testuale certa di Freud.
Il concetto che esprime, però, conserva una grande attualità.
In realtà, l'unico passo che veramente si avvicina al senso della frase in questione si trova nel saggio “Die Verdrängung” (La rimozione), 1915, dove Freud descrive così il destino di un contenuto psichico rimosso:
«[Il contenuto rimosso] prolifera nell’oscurità… e assume forme di espressione estreme.» (Standard Edition, vol. XIV)
Questo è il vero nucleo teorico da cui deriva la citazione apocrifa: Freud sostiene che ciò che viene rimosso non scompare, ma continua ad agire nell’inconscio, riemergendo in sintomi, sogni, atti mancati, nevrosi.
Quando un'emozione non può essere sentita
Le emozioni hanno una funzione psicologica. La paura segnala una possibile minaccia, la rabbia può indicare un limite violato, la tristezza accompagna una perdita, la vergogna segnala un'esperienza vissuta come svalutante, mentre la gioia favorisce apertura, connessione e vitalità.
Non sempre, però, una persona si trova nella condizione di poter vivere liberamente ciò che sente.
Un bambino che impara che piangere è «da deboli» può imparare a trattenere la tristezza. Una persona cresciuta in un ambiente nel quale la rabbia non era accettata può diventare estremamente accomodante, fino a non riconoscere più i propri limiti. Chi ha sperimentato ripetutamente rifiuto o svalutazione può imparare a non manifestare i propri bisogni per evitare di essere nuovamente ferito.
In questi casi l'emozione non viene necessariamente elaborata: viene regolata attraverso la soppressione, la disconnessione, la razionalizzazione o l'adattamento.
E questo è un punto importante.
Non esprimere un'emozione non significa automaticamente reprimerla in senso patologico. Tutti noi impariamo a modulare ciò che proviamo. La maturità psicologica non consiste nel dire tutto ciò che sentiamo, ma nella possibilità di riconoscere l'emozione, comprenderne il significato e scegliere come esprimerla in modo adeguato al contesto.
Il problema nasce quando l'unica modalità disponibile diventa quella di non sentire, non pensare, non dire.
Il corpo spesso parla prima della mente
Quando un'esperienza emotiva non viene mentalizzata, può continuare a manifestarsi attraverso altri canali.
Talvolta compare sotto forma di irritabilità apparentemente immotivata. Altre volte attraverso una tensione corporea persistente, difficoltà del sonno, comportamenti impulsivi, bisogno compulsivo di controllo, isolamento, somatizzazioni o una generale sensazione di malessere.
Questo non significa, naturalmente, che ogni sintomo fisico abbia un'origine psicologica. Sarebbe una semplificazione pericolosa.
Significa piuttosto che mente e corpo sono sistemi profondamente interconnessi e che le esperienze emotive partecipano anche ai processi di regolazione fisiologica.
Per questo, nella psicoterapia contemporanea, l'attenzione non è rivolta soltanto a ciò che la persona racconta verbalmente, ma anche a ciò che accade nel corpo: una contrazione, un'accelerazione del respiro, una sensazione di peso sul petto, un nodo alla gola, una tensione muscolare.
A volte il corpo diventa il luogo nel quale un'esperienza non ancora sufficientemente elaborata continua a essere presente.
Dall'emozione inespressa al comportamento
Un'emozione che non trova una via di elaborazione può anche trasformarsi in comportamento.
- La rabbia che non può essere riconosciuta può diventare passivo-aggressività.
- La paura può trasformarsi in evitamento.
- Il bisogno di essere amati può diventare dipendenza affettiva.
- La vergogna può alimentare perfezionismo e ipercontrollo.
- La tristezza può essere coperta da un'attività incessante.
- Il bisogno di sentirsi al sicuro può trasformarsi nella necessità di controllare ogni dettaglio della propria vita o delle relazioni.
In questi casi la persona spesso non percepisce più l'emozione originaria. Percepisce invece il comportamento che ne è diventato il sostituto.
È come se la domanda fosse:
«Perché continuo a fare questa cosa, anche se so che mi fa stare male?»
E talvolta, dietro quel comportamento, esiste un'emozione che non ha ancora trovato parole.
Gli schemi relazionali possono conservare emozioni antiche
Un altro aspetto particolarmente importante riguarda gli schemi psicologici che si sviluppano nel corso della vita. Le esperienze ripetute possono costruire convinzioni profonde su noi stessi, sugli altri e sulle relazioni.
- «Non posso fidarmi di nessuno.»
- «Se dico ciò che penso, verrò rifiutato.»
- «Devo essere sempre forte.»
- «I miei bisogni vengono dopo quelli degli altri.»
- «Se non sono perfetto, non valgo abbastanza.»
Questi schemi possono continuare ad attivarsi anche quando il contesto attuale è molto diverso da quello nel quale si sono originati. Così una persona adulta può reagire nel presente a una situazione apparentemente piccola con un'intensità emotiva che sembra sproporzionata.
Non è necessariamente il presente, però, a spiegare completamente quella reazione.
Talvolta il presente riattiva qualcosa che appartiene anche alla storia precedente della persona. La psicoterapia può allora aiutare a distinguere ciò che appartiene all'oggi da ciò che appartiene alla propria storia.
Il passato non deve essere cancellato: deve poter essere integrato
L'obiettivo della psicoterapia non è eliminare le emozioni negative. E nemmeno costringere la persona a «sfogarsi». Un'espressione emotiva priva di comprensione può persino lasciare la persona ancora più sopraffatta.
Il lavoro terapeutico consiste piuttosto nel creare uno spazio sufficientemente sicuro nel quale l'esperienza possa essere riconosciuta, nominata, regolata, compresa ed elaborata. A seconda delle necessità della persona, questo può avvenire attraverso differenti modalità.
- L'approccio psicodinamico permette di esplorare il significato delle esperienze e dei conflitti che possono operare al di fuori della consapevolezza immediata.
- La Schema Therapy aiuta a comprendere quei modelli emotivi e relazionali profondi che tendono a ripetersi nel tempo.
- Gli approcci cognitivo-comportamentali consentono di osservare il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti.
- La mindfulness può sviluppare la capacità di rimanere in contatto con l'esperienza interna senza esserne immediatamente travolti o senza doverla evitare.
- Il lavoro psicocorporeo può aiutare a riconoscere le manifestazioni fisiologiche associate agli stati emotivi.
- Tecniche come l'EMDR possono essere utilizzate, quando appropriate e secondo una valutazione clinica, nell'elaborazione di esperienze traumatiche o fortemente disturbanti.
- L'ipnosi, in determinati percorsi terapeutici, può rappresentare un ulteriore strumento per favorire consapevolezza, regolazione e cambiamento.
Non esiste quindi una tecnica valida indistintamente per tutti.
La tecnica dovrebbe essere al servizio della persona, non la persona al servizio della tecnica.
Esprimere non significa esplodere
C'è una differenza fondamentale tra esprimere un'emozione e agire un'emozione.
- Posso provare rabbia e dire: «Quello che è successo mi ha fatto arrabbiare e ho bisogno di parlarne.» Oppure posso insultare, aggredire o distruggere qualcosa.
- Posso provare paura e riconoscerla: «Questa situazione mi spaventa.» Oppure posso lasciare che la paura decida per me attraverso un evitamento continuo.
- Posso essere triste e concedermi di piangere. Oppure posso anestetizzare quella tristezza attraverso lavoro incessante, isolamento, consumo compulsivo o altre strategie di fuga.
La salute psicologica non consiste nel non provare emozioni intense. Consiste, progressivamente, nel poterle sentire senza esserne dominati.
La psicoterapia come luogo nel quale l'emozione può finalmente avere una storia
Uno degli aspetti più profondi del lavoro psicoterapeutico è proprio questo: aiutare la persona a passare da un'esperienza emotiva apparentemente incomprensibile a un'esperienza che può essere pensata.
Da: «Non so perché reagisco così.»
a: «Ora capisco cosa si attiva dentro di me.»
Da: «Non riesco a controllarmi.»
a: «Riconosco ciò che sta accadendo e posso scegliere come rispondere.»
Da: «C'è qualcosa che non va in me.»
a: «Questa reazione ha una storia e posso imparare a modificarne il significato.»
È questo uno dei passaggi fondamentali della psicoterapia: trasformare ciò che viene semplicemente subito in qualcosa che può essere conosciuto, pensato e progressivamente integrato.
Le emozioni non chiedono necessariamente di essere eliminate
Forse, allora, la frase attribuita a Freud può essere riletta in una prospettiva contemporanea.
Un'emozione non elaborata non deve necessariamente «uscire in una forma più brutta». Può essere ascoltata, compresa e trasformata.
- La rabbia può diventare capacità di stabilire confini.
- La paura può diventare prudenza senza trasformarsi in evitamento.
- La tristezza può diventare capacità di elaborare una perdita.
- La vergogna può lasciare spazio a una maggiore accettazione di sé.
- Il dolore può diventare consapevolezza della propria vulnerabilità.
E ciò che un tempo sembrava soltanto un sintomo può diventare una porta d'accesso alla comprensione di sé. Forse è proprio questa una delle funzioni più importanti della psicoterapia: non far tacere ciò che sentiamo, ma creare le condizioni perché possiamo finalmente ascoltarlo senza esserne distrutti.
Perché un'emozione riconosciuta può essere attraversata. Un'emozione compresa può essere integrata. E un'esperienza integrata non ha più necessariamente bisogno di continuare a chiedere di essere ascoltata attraverso il sintomo, il comportamento o la sofferenza.
In conclusione, non tutto ciò che tratteniamo diventa patologico. La capacità di modulare le emozioni è parte della maturità psicologica.
Ma quando ciò che proviamo non può essere riconosciuto, quando alcuni sentimenti vengono sistematicamente negati, quando impariamo a essere «forti» al prezzo di non sentire più noi stessi, può instaurarsi una distanza progressiva dalla propria esperienza interna. La psicoterapia può aiutare a ridurre quella distanza. Non per vivere senza emozioni, ma per tornare ad abitare la propria esperienza emotiva con maggiore consapevolezza, libertà e capacità di scelta.
In fondo, stare meglio non significa smettere di provare. Significa poter finalmente sentire ciò che sentiamo, comprenderne il significato e decidere cosa farne.
PER INFORMAZIONI:
Studio Psicoterapia e Consulenza Psicologica
Dott. Antonello Viola
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